
Un vecchio adagio recita “Se Atene piange, Sparta non ride”. Dovendo declinare il proverbio alla attuale situazione della Madrid del pallone, andrebbe aggiunta anche Tebe, oppure Corinto. Infatti, per motivi differenti tra loro, le tre anime della capitale spagnola hanno subito degli smacchi dalle proprie società che, semmai ce ne fosse stato davvero ulteriormente bisogno, le hanno fatte sbattere di fronte alle ultime frontiere del calcio moderno. Il caso sicuramente più fresco è quello che ha visto per protagonisti i Bukaneros del Rayo Vallekano, la tifoseria espressione di Vallekas, il quartiere ribelle e operaio di Madrid sviluppatosi grazie all'afflusso dell'immigrazione interna, prevalentemente andalusa, e che da sempre propaga e difende i valori dell'antifascismo e della solidarietà internazionale.
Un quartiere così non poteva non vedere come fumo negli occhi l'acquisto in prestito dal Betis Siviglia da parte della società del centrocampista ucraino Roman Zozulya, non esattamente un semplice simpatizzante delle milizie paramilitari di Kiev (le stesse che non fanno assolutamente nulla per nascondere la loro adesione agli ideali nazisti), ma allo stesso tempo finanziatore e “testimonial” essendosi anche fatto ritrarre armi in pugno con sullo sfondo effigi naziste ed essendo un vero e proprio simbolo per i filo-nazisti. Il resto è storia nota: a seguito di un “comitato di benvenuto” non certo amichevole, condito da vari striscioni che sintetizzavano il pensiero della Hincha rayista e cioè che “Vallekas non è un posto per nazisti” e da uno schietto faccia a faccia tra una delegazione dei tifosi e una del club, hanno fatto di quello del centrocampista il trasferimento lampo andata e ritorno più veloce di sempre. Infatti è durata solo 24 ore la sua esperienza nel club di seconda divisione, perché tutte le parti in causa hanno concordato che era meglio per tutti abbandonare l'idea del trasferimento per il calciatore ucraino.
Al di là dell'evento specifico che ricalca da vicino quanto successo qualche anno fa ad Atene, quando i tifosi dell'AEK si schierarono contro il loro giocatore Giōrgos Katidīs reo di aver fatto un saluto nazista al momento di essere sostituito, quella sulle rive del Manzanarre sembra inserirsi all'interno dei rapporti deteriorati tra i tifosi e il presidente Raul Martin Presa, che anche nell'ultimo comunicato dei Bukaneros viene accusato di non avere il minimo rispetto per la storia e l'identità del club e della sua gente, avendo da sempre dato privilegio ai ricavi televisivi e alle prospettive di accrescere il business piuttosto che ai tifosi e a un progetto calcistico in grado di mantenere stabilmente il “Rayito” in Primera. Un fulgido esempio è costituito dagli investimenti in Oklahoma che non hanno portato giovamento ai risultati delle “api operaie”, a differenza degli introiti del loro spregiudicato presidente, così come un accordo stipulato in precedenza con una multinazionale cinese, l'impresa di telecomunicazioni Qbao, già proprietaria di un club a Nanchino.
Ma senza dover uscire da Madrid, c'è probabilmente chi se la passa peggio: è il caso dell'Atletico e dei suoi tifosi. Non ci riferiamo all'aspetto prettamente agonistico, nonostante la formazione guidata da Simeone abbia già abbandonato da tempo le velleità di vittoria del campionato, abbia perso in casa la semifinale di Copa del Rey col Barcelona e le sue speranze siano affidate a quella grande lotteria che è la fase a eliminazione diretta della Champion's League. In questi ultimi anni, i colchoneros hanno praticamente snaturato la loro stessa essenza: da fiera alternativa allo strapotere del Real, grazie anche alle proprie origini che attestano la fondazione del club a degli studenti baschi che chiamarono così il club in omaggio alla squadra di Bilbao, negli ultimi tempi l'Atletico Madrid è diventato forse la creatura più preoccupante del calcio moderno, essendo un club controllato dalla Doyen sports Investement, una sorta di intermediario per la compravendita del cartellino e dei diritti d'immagine dei calciatori, vale a dire i famigerati TPO (Third Party Ownership) che hanno messo le mani in pasta in diversi affari da Neymar a Jackson Martinez. Se da un lato è vero che questa gestione ha consentito l'approdo in maglia biancorossa di tanti campioni, da Radamel Falcao a Diego Costa, dall'altro non si è mai avuta l'idea di stabilità e di progetto vincente (nonostante i risultai abbiano premiato oltremisura i piani societari), poiché ogni anno Mr Simeone si ritrovava a dover allenare una squadra in cui i prezzi pregiati venivano venduti indipendentemente dalla loro funzionalità al progetto tattico del “Cholo”, ma per volere della stessa Doyen.

Nonostante si possa dedurre che gli atletisti abbiano ormai fatto l'abitudine a simili ingerenze sulla loro passione, la misura si è detta colma in concomitanza del doppio cambiamento che riguarda lo stadio e lo stemma sociale: per quel che riguarda il primo aspetto verrà modificato il nome, da Vicente-Calderon a Wanda-metropolitano dal nome della multinazionale cinese che detiene il 20% delle azioni del club (Metropolitano, invece in onore allo stadio che ha ospitato la squadra fino al 1966). Per quel che riguarda invece il logo, ha una forma arrotondata in alto ed è formato da 7 strisce biancorosse (una in meno rispetto alla versione precedente) con quella bianca al centro, nella sua parte alta restano invece le stelle dell’Orsa Maggiore a circondare l’orso con il corbezzolo (il simbolo di Madrid). I tifosi si sono espressi sin da subito contro questi cambiamenti e in un sondaggio commissionato da As, uno dei principali quotidiani sportivi in Spagna, da sempre vicino alle vicende delle squadre della capitale, il 64% degli intervistati ha bocciato il nuovo logo e quasi l'80% il nuovo nome dello stadio e già da dicembre sono cominciati i sit-in e le manifestazioni di protesta, compreso l'immancabile hastag #ElEscudoNoSeToca, ma, per quanto possiamo simpatizzare per questa battaglia, l'impressione dall'esterno è che si è rimai troppo in là nel processo di mercificazione del club e dei suoi simboli per ottenere dei clamorosi dietrofont.

Per concludere, per la serie “anche i potenti hanno un'anima”, le vicende che hanno toccato il Real Madrid, il club dell'establishment che ha dovuto subire uno smacco dal momento in cui i suoi gadget ufficiali verranno messi in vendita in alcuni paesi del Golfo Persico con lo stemma ritoccato, vale a dire senza quella croce (che a dire il vero sembra più un omaggio alla Monarchia e ai valori della conservazione che alla fede cristiana) che sormonta lo scudo, perché urterebbe la sensibilità dei fans musulmani, ma soprattutto di Marka, la più grande agenzia comunicativa del Golfo che ha stretto un accordo commerciale da oltre mezzo miliardo di dollari con la società delle “merengues”, che a quanto pare dovrebbe comportare anche il cambio del nome del mitico Santiago Bernabeu che dovrebbe essere preceduto dal “prefisso” Abu-Dhabi, mentre quello che appare certo è che all'interno dell'impianto verrà costruito un albergo di lusso ad opera della stessa Marka.
Avendo ufficialmente la società una base di azionariato, le proteste dei tifosi dei “galacticos” hanno delle fondamenta più solide rispetto a quelle dei cugini per essere accolte, e nonostante il tifo organizzato sia basato su logiche commerciali già da diversi anni, gli ultras del Real Madrid, tra le altre cose una delle tifoserie più xenofobe e fasciste non solo della Spagna, ma dell'Europa occidentale (basti pensare che al loro interno stanno vivendo un turbolento momento di passaggio del testimone, verso frange ancora più estreme degli Ultras Sur accusati dai più giovani di essersi rammolliti), hanno esposto uno striscione di protesta nella partita casalinga contro la Real Sociedad con su scritto: “Lo stadio e il simbolo non si toccano. Rispetto per la tradizione”, cui fa eco la montagna di lettere e mail di protesta di chi accusa il presidente Florentino Perez di essersi venduto per denaro a dimostrazione che anche per le società più vincenti e per i propri tifosi (per cui la nostra redazione non nutre la benché minima simpatia...) ci sono dei valori che non hanno prezzi e che la lotta contro il calcio moderno, nella sua interezza può riguardare chiunque, dalle piazze più grandi e numerose a quelle più piccole, ma magari più abituate a combattere, ognuno a modo suo.
Giuseppe Ranieri

