
Chissà se sfruttando il periodo vacanziero Pulcinella, la storica maschera da carnevale napoletano, abbia colto la palla al balzo per andare a farsi un giro a Milano; perché quello che sta succedendo nel capoluogo lombardo (anzi sarebbe più opportuno parlare del suo hinterland) ha tutti i crismi per essere annoverato tra i suoi classici segreti.
Ci riferiamo alle Final Six del campionato libico che si stanno disputando “in gran segreto” qui in Italia e precisamente tra Meda, Sesto San Giovanni e l’Arena Civica di Milano. Proprio quanto successo nel primo week end di Agosto allo stadio Breda di Sesto ha gettato un’ingombrante luce sull’evento sportivo meno pubblicizzato nella storia recente del nostro Paese. Ci riferiamo agli scontri tra gli ultras dell’Al-Ittihad (i Teha Boys), la squadra legata storicamente alla famiglia di Muhammad Gheddaffi e quelli dell’Al-Ahly (i Flame Boys). Le due tifoserie di Tripoli, storicamente rivali, non hanno perso occasione per sfidarsi in campo neutro con lancio di oggetti e corpo a corpo a cui ha fatto da corollario anche un’aggressione in metropolitana a danno di figure di spicco dei Flame Boys.
Ma al di là del feticismo da scontri, la domanda importante è un’altra: cosa ci fa il campionato libico in Italia?
Questo torneo, un girone all’italiana di cinque giornate, ognuna con tre gare in contemporanea che si disputano alle 19.00, è già alla sua seconda edizione italiana (quella dell’anno scorso si è disputata tra Avellino, L’Aquila e Teramo in maniera sostanzialmente anonima, dopo che inizialmente erano state designate Firenze, Pisa Prato ed Empoli) e rientra all’interno di un quadro di accordi bilaterali il Piano Mattei, dal Ministro dello Sport Abodi, con la benedizione di Giorgia Meloni che in cambio avrebbe ottenuto “una più rigida regolamentazione sull’immigrazione clandestina” e già qui ci sarebbe da ridere per non piangere visto quanto accade ormai da anni lungo le coste libiche… E in ogni caso potrebbe essere un esempio – a dir poco maldestro – di diplomazia del pallone poiché la Libia è il principale fornitore di petrolio per l’Italia e lo sponsor della competizione è – guarda caso – la Tamoil che controlla i siti estrattivi nel paese nordadfricano.
Ma andando a vedere ancora più da vicino i dettagli dell’organizzazione di questo torneo affidato a una società privata svizzera, le sorprese non finiscono: le partite – trasmesse in chiaro in Libia – si svolgono a porte chiuse, salvo le poche persone accreditate e bodyguard in abiti civili a presidiare il rettangolo di gioco per evitare incursioni sgradite; eppure ciò non ha impedito che prima degli scontri di Sesto ci fossero delle tensioni anche sugli spalti nella partita tra Al-Ittihad e AS Swehly, (un club di Misurata nella Libia Orientale, quella tanto per intenderci del Generale Haftar, quindi anche uno scontro politico e tribale), dove ad alcuni giornalisti presenti è stato perfino chiesto di cancellare le foto dei tafferugli. Ma il torneo libico era stato frizzante fin dagli esordi: c’era stata una rissa in campo tra le panchine di Al-Ahly Tripoli e Al-Ahly Bengasi nella giornata di apertura che è stato l’episodio che ha cominciato a far attirare attenzioni su questo torneo.
E dire invece che l’anno scorso era andata molto meglio… almeno dal punto di vista della riservatezza. Infatti, come già accennato dopo il ripiego su Campania e Abruzzo, per non dare troppo all’occhio rispetto alla Toscana, scelta iniziale, la premiazione finale, svoltasi allo Stadio dei Marmi di Roma, ha rappresentato una gaffe di proporzioni abnormi.
Ad aggiudicarsi la scorsa edizione è stata infatti l’Al-Nasr di Bengasi guidata dal figlio del Generale Haftar a cui però è stato impedito di entrare in campo per festeggiare per evitare foto imbarazzanti alle autorità italiane presenti, tra cui il Ministro degli Esteri Tajani. Per ritorsione Haftar non fece andare nessuno dei suoi giocatori a ricevere il trofeo e le medaglie col Ministro costretto a dare tutto a un magazziniere che avrebbe consegnato i premi ai vincitori nel parcheggio adiacente.
Sembra quasi il set di Totòtruffa in cui Totò e Peppino riuscirono a vendere la Fontana di Trevi a dei turisti, mentre in questo caso – sfruttando l’attrazione della Libia nei confronti del mondo calcistico italiano che non è certo una novità dei nostri giorni, dall’aura mitica di Claudio Gentile alla passione di Gheddaffi per la Juventus passando per il figlio che ha addirittura esordito in Serie A – si è fatto credere che la Final Six si sarebbe disputata negli stadi più importanti del Paese e con tanta risonanza, mentre invece ci si comporta come quando arriva il parente fastidioso e di cui tutti si vergognano un po’, non certo un buon viatico per rinsaldare i rapporti col paese maghrebino.
Giuseppe Ranieri

