
Il pugilato come riscatto. Come rivincita. Forse la favola più bella che il ring possa raccontare. Ma anche la più semplice da “vendere”, ottima per il grande schermo, per una certa retorica sempreverde in un paese profondamente cattolico come il nostro, bramoso di lieto fine e avaro di indulgenze e autoassoluzioni. Perfetta per ripulire la coscienza.
Nel weekend scorso invece al PalaDozza a Bologna due meravigliose storie di pugilato, autentiche, vere, che sanno di riscatto ma non sono però per le anime belle. Storie di resistenza. Di fatica. Di sudore. Di sacrifici e di difficoltà.
Due capolavori sportivi ma soprattutto umani: Pamela Malvina Noutcho Sawa campione mondiale International Boxing Organization (IBO) dei leggeri e Ghaith Weslati campione italiano dei piuma.
Perché in tanti oggi si profondono in applausi, parlando il linguaggio educato dell’integrazione, del volemose bene, celebrando queste due vittorie come esempio virtuoso dei cosiddetti “nuovi italiani”, ma si dimenticano il trattamento e le ingiustizie che questi due atleti hanno subito.
Pamela Malvina Noutcho Sawa, 33 anni, fisico scolpito e cuore grande, testa dura. Granitica sul ring. Nella vita fa l’infermiera, all’ospedale maggiore di Bologna. Nata in Camerun, è arrivata in Italia a otto anni e qui ha sempre vissuto e studiato. Eppure il belpaese non le ha riconosciuto la cittadinanza fino al 2020, nonostante una vita trascorsa a Bologna, fatto di studio e impegno civile. E quelle stesse istituzioni che oggi la celebrano – era presente anche il sindaco Lepore – forse dovrebbero interrogarsi e a fondo sui diritti di cittadinanza invece di indicare sempre e solo come esempio virtuosi exploit alla Noutcho Sawa, che ha cominciato a boxare quasi per gioco alla Bolognina Boxe e ora si ritrova sul tetto del mondo.
Noutcho Sawa si è presentata sul ring contro un’avversaria con quasi il triplo dei suoi incontri, l’argentina Karen Elizabeth Carabajal, dura, smaliziata, abituata ai grandi eventi. Una che ha combattuto contro Katie Taylor, forse la più grande pugile degli ultimi vent’anni. Eppure Pamela Malvina ha fatto il suo, senza timore e reverenza, con la sicurezza di chi ha preparato nei dettagli ogni colpo, ogni passo. Ha seguito le istruzioni dell’angolo per dieci riprese, ha messo in campo una strategia precisa e ha vinto, conquistando la cintura ai cartellini e rispondendo colpo su colpo a ogni iniziativa della rivale, con una tenacia e una resistenza da schiacciasassi.
Ha dedicato poi la vittoria alle persone che non riescono a vivere con dignità, a chi vive la brutalità della guerra ma anche a chi in Italia, per esempio, fatica a trovare il suo spazio, con una lucidità e una precisione disarmante. Un discorso niente affatto retorico, non da “anima bella”, che ha parlato di Sudan, Palestina, preciso e conciso che guarda in faccia i problemi senza fare sconti. Che chiama per nome le cose.
Poi Ghaith Weslati pugile dal talento cristallino. È nato in Tunisia, ma ormai è più livornese di Lenny Bottai, suo maestro. In un’intervista di qualche anno fa a “L’almanacco dello sport Livorno” Weslati ha detto: “Dico sempre che la Tunisia è il paese in cui sono nato, mentre Livorno è il luogo dove sono cresciuto. Mi sento l’amaranto addosso”.
Weslati ha affrontato Nicolò Setaro (9-1 prima dell’incontro) anche lui 25enne di Cinisello Balsamo, per il titolo italiano dei piuma rimasto vacante. Ghaith fin dalla prima campanella ha mostrato una gestione della distanza da pugile maturo, muovendosi con intelligenza e tagliando il ring con una freddezza e una sapienza invidiabili, mettendo in scena una prova di forza giocata principalmente con la testa. Ha sviscerato un pugilato chirurgico, preciso, mai convulso e letale in tutta la sua raffinatezza stilistica. Dopo due atterramenti ai danni di Setaro – uno nel terzo e uno deciso nel quarto round – l’arbitro ha fermato l’incontro decretando la vittoria e la conquista del titolo per il pugile livornese.
Anche la storia di Weslati è dura: arrivato in Italia senza documenti, clandestino, sopravvive facendo mille lavori. Vuole “provarci” ma tenere botta in una situazione così difficile non è semplice: soprattutto in un paese in cui gestire le pratiche migratorie è respingente. Weslati ha sempre boxato in Tunisia e vuole continuare a farlo, così un amico comune lo porta nella palestra di Lenny Bottai che lo accoglie, nonostante sia senza documenti. E lo aiuta anche nella trafila legale. E da qui comincia la sua avventura, fatta di disciplina e determinazione.
A prima vista il filo che lega le storie di Noutcho Sawa e Weslati potrebbe sembrare il background migratorio: ma non è così. In realtà ogni storia è differente ed è “buonista” – se non addirittura razzista – inscrivere in una cornice del genere esperienze così, come se l’alterità fosse in fondo una cosa sola.
Il filo rosso che lega queste vicende è invece un altro: e sono le palestre. Perché se è vero che il pugile è l’essere più solo al mondo, è anche vero che ogni combattente ha dietro una palestra, perché è lì che si allena. E spesso questo luogo diventa “famiglia”, uno spazio in cui formarsi e crescere. Un posto in cui assorbire valori, atteggiamenti, non solo dove sudare e fare i guanti.
E Noutcho Sawa e Weslati provengono dai ranghi di due palestre speciali. Due luoghi significativi per Bologna e Livorno. La Bolognina Boxe e la Spes Fortitude. Due avamposti popolari, antagonisti alla mercificazione dello sport, in cui si combatte il razzismo, il fascismo, l’omofobia. Palestre di compagni, nel vero senso del termine, in cui maestri come Lenny Bottai (Spes Fortitude) e Alessandro Dané (Bolognina Boxe) – e tutti gli altri che ci lavorano – insegnano la vita prima che il pugilato. Perché i valori vengono prima di jab, diretti, ganci e montanti. E si combatte sempre meglio dal lato giusto della barricata.
Filippo Petrocelli

