
“Lunga vita al Kurdistan. Potere ai curdi. Libertà per il Rojava. Non accettiamo quello che sta accadendo nel Kurdistan occidentale. Lunga vita al Kurdistan”. Ha gridato così Agit Kabayel, dopo la vittoria del titolo mondiale ad interim dei pesi massimi del World Boxing Council (Wbc).
In altri tempi sarebbe stato chiamato sfidante al titolo, contender, oggi si preferisce dargli una cintura “fittizia” in attesa della sfida iridata contro il vero campione dei massimi Oleksander Usyk. Stranezze della boxe contemporanea e del proliferare di cinture, ma poco importa. Non è questo l’argomento. C’è ben altro.
Perché le dichiarazioni infuocate di fine incontro hanno surclassato e ridimensionato, in un certo senso, quanto accaduto durante il combattimento.
Sul ring il polacco Damian Knyba, l’avversario, si è difeso come ha potuto cercando di arginare l’irruenza di Kabayel, l’incontro potrebbe essere riassunto così. Sul finire del terzo round l’intervento arbitrale ha decretato il ko tecnico, risparmiando al polacco una punizione troppo severa. Il dislivello fra i due era ormai evidente, con Knyba rigido, in piedi a fatica, pressato dai colpi potenti di Kabayel.
Ventisette vittorie. Zero sconfitte. Questo lo score di Agit Kabayel, sul ring chiamato il “Leone curdo”, che ha trionfato sabato notte alla Rudolf Weber-Arena di Oberhausen, Renania, diventando campione interim dei pesi massimi Wbc e sfidante di diritto del “vero” campione Oleksander Usyk.
Eppure non è stato solo sport: perché dopo la gioia per la vittoria il pensiero di Kabayel è corso subito ad Aleppo, Siria, a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, quartieri, sobborghi, pezzi di città da sempre abitati dai curdi che hanno resistito in tutta la guerra civile siriana come baluardi di libertà e democrazia diretta – come esempi di Confederalismo Democratico e coesistenza fra popoli – e che proprio nelle ore dell’incontro erano l’epicentro di un’aspra battaglia, con l’esercito siriano che assediava i quartieri con oltre 30.000 uomini.
A difendere i curdi – e le altre minoranze di Aleppo – un manipolo di partigiani, gente comune, gli Asayish, le forze di sicurezza dell’Amministrazione Democratica. Soldati del popolo, armati alla leggera, pronti a resistere fino all’ultimo, che hanno offerto l’ennesimo esempio di eroismo e devozione.
Nel ruolo di assediante l’esercito siriano – quello del post-Assad –, l’esercito del presidente Ahmad al-Shara, oggi “rispettabile” primo ministro accolto in giacca e cravatta dalle cancellerie di tutto il mondo ma un tempo conosciuto con il nom de guerre Abu Mohammad al-Jolani, l’emiro di Hayat Tahrir al-Sham (HTS), il più efficiente gruppo militare armato della guerra civile, uno dei vari rebranding di quella che fu Jabhat al-Nusra, emanazione diretta della branca siriana di Al-Qaeda.
Il nuovo esercito siriano che contro la resistenza curda ha rispolverato i “vecchi” metodi, le azioni brutali, la caccia agli infedeli. Spesso addirittura con vessilli e bandiere che inneggiavano espressamente al background salafita e jihadista di quegli uomini.
Così, un’altra volta, le donne e gli uomini del Confederalismo Democratico, sono tornati a essere i “miscredenti”, i nemici dell’Islam, i sodali del Pkk da scacciare dal Levante.
Video brutali in cui valorose guerrigliere delle Forze Democratiche Siriane – composte da gruppi armati di varie nazionalità (armeni, assiri, arabi, curdi) la cui ossatura restano le Unità di difesa del popolo (Ypg) famose per aver difeso Kobane e Raqqa dalla furia dell’Isis – venivano giustiziate brutalmente, gettate ancora vive dai palazzi o torturate al grido di: “Ecco le scrofe del Pkk”.
Così si sono consumate esecuzioni sommarie e violenze di ogni genere, nell’indifferenza occidentale, per l’ennesima volta, contro un popolo martoriato, usato come carne da macello contro l’Isis e poi dimenticato, senza troppi complimenti.
Fra i più valorosi difensori di Aleppo dalle orde jihadiste si è distinto Ziad Haleb, eroico difensore di Raqqa e Deir Ezzor, che aveva giurato di resistere fino alla morte per difendere la sua gente e così ha fatto. Ma sono decine le storie di eroismo e lealtà, di resistenza e di valore che da Aleppo rimbalzano ai quattro angoli del mondo.
Una carneficina che va in scena in un momento in cui stato turco e Pkk sono immersi in un processo di pace, in cui Ocalan dalla prigione ha promesso la rinuncia alla lotta armata e la trasformazione dell’organizzazione, con la distruzione di armi peraltro già avviata con cerimonie pubbliche solenni. Una svolta epocale che sembra ormai irreversibile, anche se il sangue e la violenza tornano prepotentemente a dettare l’agenda.
Comunque che Agit Kabayel, nato nel 1992 a Leverkusen da una famiglia originaria del Bakur (Kurdistan del nord, erroneamente chiamato Kurdistan turco) e trasferitosi molto piccolo a Bochum, rampante esempio di “seconda generazione” integrata, di “nuovo tedesco”, abbia sentito il dovere morale di attirare l’attenzione sui suoi fratelli curdi siriani sacrificati sull’altare della realpolitik resta tutt’altro che banale.
Perché Agit, in realtà, non ha mai espressamente sostenuto la guerriglia, o il Confederalismo Democratico, o il Pkk. Anzi. Il suo è un sentimento molto “culturale” e poco politico. Agit sale sul ring con la famosa bandiera curda Alaya Rengin, quella con il sole al centro, mai tanto amata dal Partito dei Lavoratori del Kurdistan e invece usata nel Kurdistan iracheno di Barzani – da sempre nemico del Pkk e della guerriglia – che Agit Kabayel ha visitato ufficialmente nell’aprile 2025, incontrando anche il presidente Barzani e cedendogli la sua cintura come omaggio.
Insomma Kabayel non è un compagno, non è uno che lotta per la libertà sotto le insegne del Comandante Apo. È un ragazzone cresciuto nelle periferie, negli ex quartieri operai delle città tedesche ascoltando il rap. Uno non particolarmente interessato alla politica e alla rivoluzione, che però ha deciso di non essere indifferente e voltare lo sguardo dall’altra parte.
Filippo Petrocelli

