
Il prossimo 6 febbraio si svolgerà, presso lo stadio San Siro di Milano, la cerimonia di apertura della XXV edizione dei giochi olimpici invernali che si terranno tra il capoluogo lombardo e la località veneta di Cortina d’Ampezzo.
Anche in questa occasione, soprattutto nelle ultime settimane che precedono la cerimonia d’inaugurazione, non è mancata la sola voce univoca che ci presentava questo grande evento come un’occasione unica, non solo per il territorio ospitante ma per il paese intero, di sviluppo, creazione di posti di lavoro e guadagni per tutte e tutti. Purtroppo ancora una volta non è così e si cerca di far venire fuori anche i numerosi punti interrogativi che, da molti anni a questa parte, accompagnano ogni “grande evento” degno di questo nome.
Per mettere in luce anche i lati oscuri dei giochi che stanno per iniziare tra Lombardia e Veneto è nato un vero e proprio comitato orizzontale denominato C.I.O. (Comitato Insostenibili Olimpiadi) che è una rete di centri sociali, reti per il diritto all’abitare e collettivi di lotta per il diritto alla città, realtà ecologiste, palestre di sport popolare, associazioni e singoli. Si sono riuniti decine di individui che hanno deciso di mettere in comune energie e intelligenza per contrastare, soprattutto da un punto di vista politico e della controinformazione, il saccheggio di città e terre alte intensificato con le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026.
Il C.I.O. “antagonista”, che si rifà all’altro e ben più famoso CIO (il Comité International Olympique, l’organismo che governa le Olimpiadi a livello internazionale, fondato dal barone de Coubertin nel 1894), è diventato realtà a inizio 2023, a Milano, grazie alleanze e iniziative svolte anche in Valtellina e Veneto.
Pochi giorni fa abbiamo avuto il piacere di parlare con la compagna Lola delle Sberle, palestra di boxe popolare trans-femminista, che fa parte dello stesso C.I.O.
Tra i vari punti trattati ci chiediamo quale sia il maggior danno causato da un grande evento che l’organizzazione militante cerca di contrastare. E su questa non ci sono ahimè molti dubbi: la sua insostenibilità, soprattutto quella sociale, economica ed ecologica.
Lola ci conferma che “i Giochi invernali del 2026 sono stati presentati come ‘i più sostenibili di sempre’ e ‘a costo zero’, ma questo si è dimostrato falso fin da subito”. Le spese che l’evento a cinque cerchi ha richiesto variano tra i 4,5 e i 6 miliardi di euro “molti dei quali pubblici, spesi o previsti per l’87% di opere infrastrutturali (in maggioranza strade per trasporto su gomma) che per oltre la metà non saranno nemmeno pronte per le Olimpiadi. Basti pensare che l’ultimo ‘cantiere olimpico’ dovrebbe chiudere nel 2033”.
Gli stessi controlli sulle normative di trasparenza presentano diverse lacune. Oltre il 60% delle opere olimpiche, infatti, non è stata sottoposta alle Verifiche di Impatto Ambientale mentre un terzo è stato commissariato per snellirne le procedure.
“Tutto questo ci parla di privatizzazione di spazi pubblici in città e risorse comuni, reddito e ricchezze che dal basso vengono spostate verso l’alto, aggravando crisi abitativa e ambientale per gli/le abitanti dei territori” conclude Lola.
A livello ecologico i dati continuano a registrare un trend che oramai va avanti dalle Olimpiadi invernali di Sochi nel 2014: la mancanza di neve naturale e il progressivo uso costante di sola neve artificiale. Con questo tipo di neve si aggrava la già difficile situazione legata alla crisi idrica alpina che come spiega la compagna delle Sberle “parliamo di 836mila metri cubi di acqua, ceduti a costo calmierato ai privati, per produrre oltre 2 milioni di metri cubi di neve artificiale; rapportato ai 27 giorni di durata dei Giochi olimpici e paralimpici, significa svuotare 12 piscine olimpioniche ogni giorno”.
Un forte e negativo impatto ecologico sul territorio lo hanno anche le numerose infrastrutture che verranno usate solamente durante lo svolgersi del grande evento per poi diventare delle vere e proprie cattedrali nel deserto. Da questo punto di vista Lola fa una analisi molto dettagliata e scopriamo che, nella realizzazione di alcuni impianti di risalita e infrastrutture vere e proprie, a ben “il 64% delle opere non è stata fatta Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) perché ritenuta non necessaria secondo la normativa vigente; per il 17% delle opere è stata effettuata una qualche verifica di impatto ambientale; per il 19% delle opere è in corso una verifica preliminare di assoggettabilità a VIA. Dove sta la sostenibilità tanto sbandierata? Di quali gruppi sociali si stanno facendo gli interessi e chi ne paga invece le spese?”.
Il C.I.O., dal 2023 a oggi, non ha solo criticato ciò che i grandi eventi mainstream causano ma anche le carenze intrinseche. Come sottolinea la stessa Lola “il problema non è lo sport in sé, ma il modello olimpico attuale, fondato su eccezioni normative, grandi opere inutili, opacità decisionale e una logica estrattiva che consuma territori, risorse e relazioni sociali. In questo schema, la corruzione e la distruzione ambientale non sono incidenti di percorso, ma conseguenze strutturali”.
L’alternativa reale a tutto ciò comporterebbe che, in primo piano, siano messi al centro del progetto le reali esigenze dei territori coinvolti e non quello dei grandi sponsor legati alla competizione. Alcuni esempi che si possono fare sono tutti legati al riuso di strutture già presenti nei territori e poco utilizzate: niente nuove infrastrutture faraoniche, ma uso e riuso di impianti esistenti; niente commissari straordinari, ma processi decisionali trasparenti e partecipati; niente zone rosse, ma città aperte e attraversabili.
Le basi per un cambiamento radicale ci sono ma, come ammette Lola, “ci vuole il coraggio politico di immaginare – e praticare – qualcosa di realmente diverso”.
Il C.I.O. ha provato ad allacciare rapporti, tramite iniziative, con le comunità delle Valtellina e a Cortina ma si è dovuto far fonte alla “difficoltà che vivono le attiviste e gli attivisti nelle località alpine interessate dalle Olimpiadi, tra stigma sociale e isolamento in paesi spesso distanti tra loro”.
Uno dei modi per alimentare i rapporti è un tour del documentario Il Grande Gioco. Non a caso questa pellicola viene descritta come documentario collettivo che si basa su “una narrazione dal basso, plurale e conflittuale”, ben lontana da quella unisona che celebra, in queste settimane, l’apertura dell’evento prevista per il 6 febbraio.
La decisione è di dar voce a più esperienze: da quella ecologista a quella della ricerca, da quella dello sport popolare a quella degli abitanti locali, nasce dall’aver capito quanto sia impossibile descrivere la complessa situazione tramite un solo punto di vista.
“Il documentario nasce quindi come strumento politico e di controinchiesta , ma anche come pratica coerente con ciò che racconta: un processo orizzontale, condiviso, non proprietario, che rifiuta la logica dell’autore unico così come rifiuta la logica olimpica della competizione e della vetrina” ci dice Lola.
Nel documentario vi è una cospicua parte dedicata allo sport popolare. Su questo concetto il C.I.O. non si limita “a dire ‘no’ a un grande evento insostenibile, ma lavoriamo per proporre forme di sport che recuperino spazio nelle nostre città e territori per tutte e tutti, senza barriere economiche né gerarchie autoritarie”. L’idea è quella di trasformare gli spazi abbandonati, liberare aree pubbliche e rigenerarle per non abbandonarle come “un lascito di infrastrutture inutili o privatizzate”.
Questa idea di sport ha una base fondamentale: quello di utopia quotidiana che, ci dice Lola, “significa abitare, praticare, ripensare i nostri spazi di vita e di sport non come qualcosa di lontano o irraggiungibile, ma come un possibile che si costruisce insieme, nelle strade, nelle palestre autogestite, nei campi liberati, nelle relazioni di cura e di mutuo appoggio. È l’idea che un’altra forma di sport – e di società – non sia solo un sogno, ma una pratica quotidiana che ci riappropria di ciò che è comune”.
In chiusura di articolo ricordiamo che il 5/6/7 febbraio si svolgeranno alcune iniziative di protesta in concomitanza con l’inizio delle competizioni a cinque cerchi: Il 5 febbraio è previsto un momento di contestazione legato all’arrivo della fiaccola olimpica in città, legato anche alla contestazione della partecipazione di Israele alle competizioni.
Dal 6 all’8 febbraio prenderanno invece vita le Utopiadi, tre giornate di iniziative, pratiche di sport popolare, incontri e mobilitazioni diffuse che propongono un’altra idea di sport e di città.
Il nome delle Utopiadi richiama esplicitamente le Olimpiadi dell’Utopia organizzate a Barcellona nel 1936: un’esperienza storica che immaginava lo sport come spazio di emancipazione, inclusione e cooperazione, in aperto contrasto con le Olimpiadi ufficiali del tempo che si svolgevano nella Germania nazista. Allo stesso modo, le Utopiadi milanesi vogliono essere un’utopia quotidiana praticata, fatta di sport accessibile, autogestione e riappropriazione dei territori.
Il 6 febbraio ci saranno mobilitazioni sindacali a partire dal mattino, legate a quei settori lavorativi che subiscono maggiormente il peggioramento delle condizioni di lavoro determinato dall’accelerazione di ritmi e turni che sempre i grandi eventi comportano - a fronte di contratti precari o assenti, crisi dell’organico, assenze di tutele: parliamo di alberghiero e ristorazione, ma anche trasporto pubblico locale. Nel tardo pomeriggio invece accoglieremo la fiaccola in zona San Siro assieme ai suoi abitanti, attraverso un quartiere popolare che risponde alla crisi abitativa e alla violenza poliziesca da sempre con la solidarietà dal basso e di comunità.
Il 7 febbraio è prevista una manifestazione nazionale con partenza alle 15 da Piazza Medaglie d’Oro e che attraverserà le parti della città più coinvolte dalla devastazione olimpica. L’8 febbraio sarà dedicato a una grande giornata di sport popolare e pratiche collettive.
Un percorso che, accanto alla critica al modello olimpico, prova a costruire qui e ora un’alternativa concreta di sport e di città. Il tutto avverrà in uno spazio liberato temporaneamente per lottare, ballare e fare sport assieme.
P.S.: Ringrazio Lola per il tempo dedicatoci e il collega/compagno Dopone per l’aiuto nella preparazione delle domande!
Roberto Consiglio
(foto di copertina dal sito di C.I.O.)

