
Il grido “Aitor, Aitor, Aitor” rimbomba in tutta La Cartuja, lo stadio di Siviglia che ospita la finale di Copa del Rey. Di fronte Atletico Madrid e Real Sociedad.
È una partita di calcio, ma non è soltanto una partita di calcio. Per qualcuno è colchoneros vs txuri-urdin, rossobianchi contro biancoblu, ma dietro c’è altro. Una rivalità che travalica la dimensione puramente sportiva.
Per certi versi è la capitale contro la provincia, Madrid vs Donosti, per altri spagnolismo contro indipendentismo, più semplicemente forse spagnoli contro baschi. È una sfida intrisa di significati, di non detti, di conti in sospeso.
È politica senza essere politica – basti vedere il primo e il dopo, i commenti, le prese di posizione di importanti leader politici baschi come Otegi –, è ikurrina, la bandiera basca, contro rojigualda, quella spagnola. Sono identità opposte, in conflitto.
C’è poi una ferita ancora aperta, mai rimarginata. È l’8 di dicembre 1998 quando in un bar di Madrid il giovane Aitor Zabaleta, tifoso della Real Sociedad, viene accoltellato da Ricardo Guerra Cuadrado, un neonazista vicino al Frente Atletico, gruppo ultras madrileno tutt’ora attivo. Il ragazzo basco, che è insieme alla compagna vuole solo assistere alla partita e non cerca guai, muore poco dopo. Non è una rissa, è una brutale aggressione che si consuma feroce in pochi istanti.
Zabaleta muore ma sopravvive, perché da quel tragico giorno di dicembre si trasforma in patrimonio collettivo, in collante identitario. E così pezze, striscioni, adesivi. Aitor il ragazzo dal sorriso buono spezzato da una lama infame diventa un simbolo. Il simbolo della curva e degli appassionati della Real Sociedad.
Non è un caso che proprio quella curva, all’inizio della finale di sabato, esponga una commovente coreografia con al centro Aitor e il suo sorriso, mentre si fa assordante l’eco del suo nome in tutta Siviglia.
Così com’è non è un caso, che sotto quella stessa curva, dopo la vittoria ai rigori da parte della Real Sociedad, i giocatori accorrano con la Copa del Rey avvolta in una maglia biancoblu: il numero è il 12, il cognome è Zabaleta. L’uomo in più della finale. Aitor Zabaleta.
Filippo Petrocelli

