
I fatti storici, molte volte, si ripetono con una frequenza impressionante. Tale ripetizione riguarda numerosi ambiti del mondo attuale tra cui non poteva mancare quello sportivo.
Lo scorso 11 giugno 2026 ha preso il via la ventitreesima edizione della Coppa del Mondo Fifa che si disputa in ben tre paesi: Stati Uniti, Canada e Messico. Il match d’esordio si è giocato allo stadio Azteca di Città del Messico, tra i padroni di casa e il Sudafrica.
Nello stesso impianto esattamente 40 anni fa, era infatti il 22 giugno 1986, avvenne uno degli episodi più importanti, conosciuto con il nome di “Mano De Dios”, della storia della World Cup dalla sua prima edizione del 1930 in Uruguay. In quella calda giornata estiva di 4 decenni fa lo scettro del protagonista principale se lo prese Diego Armando Maradona.
Il fuoriclasse dell’Albiceleste riuscì a segnare alla nazionale dei Tre Leoni uno dei gol più belli e iconici della più importante competizione calcistica per nazionali a livello globale. Quella rete fu importante sotto due punti di vista.
Il primo era quello meramente calcistico visto che l’Argentina riuscì a passare il turno e ad arrivare alla finale della competizione, contro l’allora Germania Ovest, e vincerla. Questa vittoria rappresentò il secondo il trionfo del paese sudamericano dopo quello casalingo del 1978 che però era stato criticato perché al potere in Argentina, dal 24 marzo 1976, vi era una giunta militare guidata dal generale Jorge Rafael Videla.
Il secondo motivo fu invece di natura geopolitica visto che i rapporti diplomatici tra i governi delle due squadre in campo allo stadio Atzeca erano ai minimi storici da alcuni anni.
Il generale Videla, infatti, aveva intrapreso una guerra contro l’Inghilterra per il controllo delle isole Falkland: un arcipelago situato nell’Oceano Atlantico Meridionale, a circa 5000 km dalla costa argentina che però dalla metà dal XIX secolo è sotto stabile controllo del governo di Londra.
Per una serie di decisioni di mera propaganda fatte circolare dalla giunta militare, ma anche per la posizione strategica delle isole, l’esercito argentino le invase il 2 aprile 1982 dando vita alla cosiddetta “guerra delle Falkland o Malvinas” (il solo nome con cui l’arcipelago è conosciuto dalle parti di Buenos Aires, ndr).
A Londra, infatti, era al potere la conservatrice Margaret Thatcher, passata alla storia con il soprannome di “Lady di ferro” che non si fece intimorire e inviò le truppe nell’Atlantico Meridionale. Il conflitto durò 74 giorni e terminò il 14 giugno seguente con la sconfitta delle truppe di Videla che contarono circa 700 morti e più di mille feriti.
La debacle fu determinante per l’inizio della caduta della stessa giunta militare, avvenuta nel 1983. Ma essa lasciò anche un forte senso di rivincita nella popolazione argentina. Ancora oggi sui bus, nelle strade e sugli spalti di importanti stadi locali come la Bombonera, sono molti i richiami per far tornare le Malvinas sotto controllo della Casa Rosada.
Quel gol del 1986 rappresentò una rivincita per la questione delle Malvinas visto che nel paese sudamericano il calcio ha una potenza quasi divina. Non è un caso che la stessa immagine sia diventata una specie di icona sacra per gli amanti del pallone.
Questa storia ci fa riflettere, ancora una volta, su come la politica e il calcio siano legati più che mai. La stessa edizione del 2026 sta mostrando sul campo che la prima è entrata in maniera stabile, e sempre più prepotente, nei cosiddetti grandi eventi sportivi.
Dai casi dei visti negati ad alcuni arbitri o membri degli staff delle nazionali in arrivo sulla sponda ovest dell’Atlantico, visto che i loro stati sono considerati “terroristi” dalla giunta Trump, fino ai costi sproporzionati dei biglietti passando per i controlli di sicurezza riservati alle squadre negli aeroporti del paese e ai lavoratori sfruttati come in Qatar nella costruzione o modernizzazione degli impianti del torneo non si può certo dire che il grande evento è cominciato sotto i migliori auspici.
Vi è infine il caso della nazionale dell’Iran, il cui paese dal 28 febbraio scorso si trova sotto attacco congiunto di Stati Uniti e Israele. I giocatori di Teheran prima di essere sicuri di poter partecipare alla Coppa del Mondo sono stati sotto un processo che avrebbe potuto portare anche alla loro rinuncia a partecipare alla competizione nonostante la qualificazione ottenuto sul campo nei gironi.
Una situazione che si è protratta fino a poche ore antecedenti l’inizio ufficiale della kermesse e che alla fine si è conclusa con un accordo. La squadra iraniana ha il suo quartiere generale per il ritiro in Messico pur dovendo giocare le partite del girone nello stato americano della California.
Non a caso, una volta atterrati nella città messicana di Tijuana, il team calcistico si è presentato con delle giacche in cui veniva messo il risalto il numero 168, un omaggio alle altrettante vittime della scuola elementare femminile di Minab colpita nel primo giorno del conflitto da un missile invasore.
Roberto Consiglio

