
Non posso che iniziare questa recensione con una piccola premessa, scusandomi con lettrici a lettori per cui magari sarà troppo personale. Per me, leggere Dopone (il “vero nome” dell’autore Giuseppe Ranieri, per chiunque lo conosca bene di persona) è come esserci seduto di fronte al pub davanti all’ennesima birra, ad ascoltare analisi e aneddoti sul calcio sciorinati con quel “velato” accento calabrese e un ritmo incalzante e inconfondibile. E non posso nascondere neanche l’emozione di tornare a scrivere su Sport Popolare, progetto che proprio con Dopone, sotto l’egida della casa editrice Red Star Press, avviammo ormai tantissimi anni fa, poi da me lasciato per gli svariati impegni della vita.
Ma veniamo a noi. Perché anche a chi legge i suoi libri senza conoscerlo, arriva questa sensazione di essere in compagnia di un vecchio amico che ne sa tante e ha voglia di condividerle con te. In questo caso, ovvero quello di Breve storia sociale dei mondiali di calcio (ed. Milieu), Dopone ripercorre insieme a noi tutte le edizioni dei Mondiali, riuscendo in un duplice intento: quello di farci fare un “ripasso” delle principali vicende sia sul campo che fuori, che magari sapevamo già ma avevamo riposto in cassetti della memoria più o meno a portata di mano, e quello di regalarci storie e aneddoti particolari, a volte anche circondati da un alone di leggenda, che invece ci mancavano.
Il filo conduttore concettuale è quello che guida tutti gli autori “militanti”, ovvero che lo sport, e il calcio più di altri, è un eccezionale terreno di confronto e di scontro non solo agonistico, ma anche e soprattutto sociale e politico. E il Mondiale ne è assoluta sublimazione, perché coinvolge l’attenzione delle popolazioni di ogni continente, e pur essendo una manifestazione storicamente organizzata e gestita dai “potenti”, offre sempre e comunque l’occasione di ribalta anche agli outsider e agli underdogs, creando un mix di storie esaltanti, affascinanti o anche tragiche.
E così, ogni capitolo affronta un’edizione del Mondiale in ordine cronologico, a partire dalla pionieristica e avventurosa vicenda uruguaya del 1930, fino ad arrivare ai luccicanti ma allo stesso tempo “plastificati” tornei degli ultimi decenni. Ma la struttura narrativa è particolare, perché al corpo principale dei capitoli, in cui si ripercorrono i risultati sportivi e le principali tematiche politiche connesse, si aggiungono delle appendici dedicate a personaggi e storie particolari, di quelle che solo competizioni come i Mondali e le Olimpiadi sanno regalare. In questo modo impariamo a conoscere i calciatori-partigiani jugoslavi, le nazionali di paesi che appartengono al passato come il Mandato di Palestina e le Indie Olandesi, ma anche la ben più nota e duratura Jugoslavia, storie di calciatori sindacalisti e fieri oppositori di dittature, storie di decolonizzazione e di innumerevoli Davide contro Golia. E tante altre ancora.
L’approccio non è, e non vuole essere, esaustivo, enciclopedico o “scientifico”, del resto scrivere un libro sulla storia dei Mondiali che avesse questo obiettivo, comporterebbe anche una mole di pagine degna di un’Enciclopedia in più volumi. Al contrario offre delle pennellate che possono ispirare e accendere curiosità, o far partire riflessioni che l’autore non ha bisogno di sviluppare fino in fondo, perché basta accendere l’interruttore e poi lasciar ragionare il lettore. La principale riflessione che scaturisce è quella sul rapporto tra Mondiali e potere, come strumento di consenso ma anche come pericoloso ginepraio in cui possono esplodere le contraddizioni. Si pensi all’Italia fascista campione nel 1934 e 1938, ma subissata di fischi dagli esuli antifascisti nell’edizione disputata in Francia. O all’Argentina dei colonnelli, per cui il Mondiale 1978 fu sia un’apoteosi che l’inizio del declino, anche perché fu una delle prime occasioni in cui il mondo si rese conto che lì c’era qualcosa che non andava. Per arrivare alla rischiosissima impresa di Trump nel Mondiale tuttora in corso, in un paese diviso e attraversato da tensioni come non mai. E sono solo alcuni esempi.
Di sicuro i Mondiali sono sempre stati uno straordinario specchio della società globale, mostrandone le caratteristiche più lampanti e i nervi più scoperti. Si pensi al nazionalismo esasperato del periodo tra le due guerre mondiali; a tutta l’epoca della guerra fredda, con le sue tensioni e le vittorie e sconfitte altamente simboliche; all’epoca turbo-capitalista iniziata con USA 1994 e culminata in edizioni disputate in paesi “in via di sviluppo” come Sudafrica, Brasile e Qatar, che nonostante le promesse di scintillante sviluppo hanno evidenziato più di ogni altra cosa le grandi ingiustizie e disuguaglianze che si nascondono dietro i lustrini di questi grandi eventi.
E per quanto il calcio capitalista vada sempre più appiattendosi, eventi come il Mondiale riserveranno sempre straordinarie storie da raccontare. Anche l’aumento delle squadre partecipanti, per quanto discutibile sia da un punto di vista della qualità calcistica che delle logiche clientelari, porta però alla ribalta le storie. Come quella dell’Iran, eliminato a forza di barriere logistiche e burocratiche e poi di arbitraggi killer, per vendicarsi del fatto che in guerra ha inferto (per adesso) un’umiliazione a tutto l’Occidente; o di piccoli paesi ex-coloniali come Capo Verde, ma anche di molte altre compagini africane, che si fanno valere e non sono più simpatiche macchiette come in passato; le nazionali europee che si fanno inevitabilmente multietniche a scapito degli imbecilli che blaterano ancora di purezza etnica. E si potrebbe continuare a lungo. Anzi, a proposito: Dopone, ordina un’altra birra che andiamo avanti.
Matthias Moretti
