
Cuba, da alcuni mesi, sta attraversando uno dei periodi più problematici della sua storia. La piccola isola del Mar dei Caraibi, che si trova in una posizione strategica all’imbocco del Golfo del Messico e quindi delle coste meridionali statunitensi, è sotto embargo totale imposto dal “democratico” presidente John Fitzgerald Kennedy nel lontano 1962.
Un embargo che ha tolto al governo di La Havana tutti gli aiuti esterni fondamentali nel corso del tempo. L’ultimo di questi è venuto meno dopo la deposizione del presidente venezuelano Nicolas Maduro a inizio del 2026, a seguito di un colpo di stato esterno organizzato per volere dell’attuale presidente statunitense Donald J. Trump.
Nonostante ciò a Cuba continua a controllare il potere il governo di stampo socialista, cominciato il 1 gennaio 1959 con l’entrata a La Habana di Fidel Castro e Ernesto Guevara: le due figure fondamentali della rivoluzione cubana iniziata il 26 luglio 1953.
In più di mezzo secolo al potere il castrismo ha messo in chiaro i suoi lati deboli che non hanno certo fatto raggiungere all’isola quel benessere promesso nel corso della rivoluzione. Al contempo però, a Cuba, si sono sviluppati alcuni ambiti fondamentali per il benessere sociale: in primis quello medico, visto che la sanità è gratuita e il livello di preparazione dei medici locali risulta essere uno dei più avanzati del globo.
Anche nell’ambito sportivo l’isola caraibica ha raggiunto risultati di tutto rispetto, anche in ambito olimpico, soprattutto in una disciplina particolare: la boxe. Questi traguardi hanno fatto nascere in ogni angolo del globo numerose scuole dello sport coi guantoni che si rifanno al modello della cosiddetta “scuola cubana”.
A Roma, ad esempio, il modo di allenarsi sul ring de La Habana viene ripreso dai ragazzi e ragazze della palestra popolare del Quarticciolo. E anche le pugilesse e i pugili della borgata di Roma est non hanno certo sfigurato per quel che riguarda i risultati ottenuti in diverse categorie.
Agli ideali e al modo di combattere l’embargo della boxe dell’isola caraibica è stato dedicato un documentario, realizzato da Gianlorenzo Attene e Giada Pistoiesi, dal titolo Cubanía – El espíritu del luchador cubano.
Pochi giorni fa abbiamo avuto il piacere di vederlo. L’idea di dar vita a un progetto del genere nasce nella stessa Cuba dove Giada e Gianlorenzo si trovavano per frequentare la Escuela Internacional de Cine y Televisión (EICTV), la scuola di cinema di Cuba, molto famosa e legata all’esperienza del Terzo Cinema.
I due non lavorano insieme per la prima volta, visto che avevano già girato un cortometraggio insieme, dal titolo Mira mi alma. Con questa nuova occasione però “volevamo affrontare un progetto più ambizioso. Così è nata l’idea di realizzare un lungometraggio su un altro tema che ci affascinava profondamente: la boxe cubana”.
Una delle cose che subito ha colpito chi scrive è stato il titolo, semplice ma allo stesso tempo molto efficace: Cubanía. Questa parola non è stata scelta a caso visto che è ripetuta dagli stessi protagonisti del lungometraggio.
“Durante le interviste chiedevo spesso quale fosse il legame tra l’essere cubani e la loro passione per il pugilato” ci spiega Gianlorenzo: “Un allenatore mi rispose che quel legame stava nella capacità di allenarsi anche in condizioni difficili, aggravate dall’embargo, ma anche nel loro sangue, nell’incontro tra le radici africane e quelle latine”.
Tutto questo si può descrivere, nella patria di Teófilo Stevenson, con la parola che dà il titolo al lavoro. “Era la prima volta che la sentivo, ma mi colpì profondamente” continua Gianlorenzo: “Mi sembrò una parola capace di rappresentare l’essenza dell’anima e dell’orgoglio del popolo cubano”.
Altra caratteristica del documentario è che manca totalmente una voce fuoricampo che spiega o almeno accompagni lo spettatore durante la visione. Anche qui si tratta di una scelta consapevole: si voleva dar voce ai soli locali.
“Per questo volevamo lasciare la parola agli abitanti dell’isola, soprattutto quando si affrontano temi così delicati e profondamente umani, come la scelta di partire o di restare” sottolineano Giada e Gianlorenzo che proseguono: “Nel documentario emergono opinioni molto diverse tra loro. Non volevamo essere noi a dare un giudizio sulla società cubana, perché sarebbe stato uno sguardo esterno, e in qualche modo anche colonialista. Troppo spesso altri raccontano Cuba imponendo la propria visione, mentre noi volevamo semplicemente ascoltare chi la vive ogni giorno”.
Anche la scelta della musica ha cercato di mettere in risalto il grande patrimonio musicale della più estesa e grande isola del Mar dei Caraibi. Non a caso, dai due autori la parte musicale viene definita “fondamentale”.
A comporre i brani è stato il compositore Pericle Odierna che, ci racconta Gianlorenzo, “ha studiato a fondo la musica cubana, imparando un modo di suonare molto diverso da quello europeo. Sono molto orgoglioso del risultato finale: credo che le musiche contribuiscano in modo importante all’atmosfera del documentario”.
In conclusione chiediamo come mai, tra i tanti ambiti affascinanti dell’isola socialista, ci si è voluti soffermare solamente su quello sportivo. Gianlorenzo ci dice che ciò è stata fatta quella scelta “per la dimensione politica dello sport” che continua “per molti anni i pugili cubani non potevano diventare professionisti e potevano competere soltanto alle Olimpiadi e ai Campionati del mondo. Mi sembrava un tema molto interessante. Mi aveva colpito anche una celebre frase di Teófilo Stevenson: ‘Che cosa sono cinque milioni di dollari in confronto all’amore di otto milioni di cubani?’. In quella frase vedevo qualcosa che andava oltre lo sport”.
Il pugile, a La Havana, diventa una metafora per raccontare altro: “la lotta di un popolo, la sua dignità e la sua storia”.
Un ringraziamento finale va alla troupe del lavoro soprattutto da lavoratori locali che hanno “aperto davanti a noi un mondo che andava ben oltre il ring”.
P.S.: Grazie a Gianlorenzo e Giada per il tanto tempo che mi hanno dedicato per la realizzazione di questa intervista.
Roberto Consiglio
