
Nella sua storia quasi centenaria la Coppa del Mondo ha visto la nascita di diverse rivalità. A quelle spiccatamente regionali, si sono aggiunte quelle per questioni meramente sportive e poi anche quelle politiche. Quella tra Argentina e Inghilterra merita un capitolo a parte per la ferocia e l’intreccio di trame in cui si è avvolta nel corso dei decenni, quando veniva rinfocolata da interpreti sublimi in campo, politici spietati e scrittori graffianti.
Sebbene si possa dire che una rivalità come questa sia atavica, esiste una data a cui far risalire la radice di quest’odio ed è il 23 luglio 1966, il giorno dei quarti di finale dei mondiali. Com’era facilmente preventivabile, quella tra Argentina e Inghilterra fu un incontro molto ruvido, d’altronde la Seleciòn, sotto la guida del ct Juan Carlos Lorenzo, aveva abbracciato in toto i dettami del catenaccio e del dogma del “prima non prenderle”.
I padroni di casa provarono da subito a fare la partita, ma i sudamericani che dopo i primi minuti aumentavano gradualmente i giri del proprio motore, puntavano sempre a spezzettare il gioco per rallentare il ritmo degli avversari. Ma la svolta avvenne al trentacinquesimo minuto. A seguito di un fallo fischiato vicino al limite dell’area di rigore argentina, il capitano sudamericano Rattìn, mostrando la fascia si avvicinò verso l’arbitro, il tedesco Krettlein, per chiedere spiegazioni. Ma c’era un problema: il calciatore parlava solo in spagnolo, mentre l’arbitro non conosceva proprio quella lingua e per questo il capitano argentino chiedeva un interprete. L’arbitro si fece impressionare dalla mimica di Rattin e lo espulse senza capire ciò che voleva dirgli!
A questo punto il dramma e la commedia si fusero in unico spettacolo che durò circa otto minuti. Proteste, spintoni, tentativi di chiarimento non accordati, con l’arbitro che inflessibile faceva il gesto di andare fuori al calciatore e quest’ultimo che non ne voleva proprio sapere. Alla fine Rattin abbandonò il campo, ma lo fece sfilando di fianco alla tribuna e con un corollario di gesti che ben presto entrò nell’immaginario popolare argentino. Stracciò anche una bandierina del calcio d’angolo con la Union Jack e poi si fermò a vedere la partita sul tappeto rosso riservato ai reali, mentre dagli spalti veniva bersagliato da oggetti di vario tipo.
In dieci uomini l’Argentina resistette fino al settantottesimo minuto quando Hurst sbloccò il risultato, pur trovandosi in posizione alquanto dubbia, tanto da scatenare le furenti proteste degli argentini che chiedevano il fuorigioco. Ma fu tutto inutile e l’Argentina venne eliminata.
Il peggio però doveva ancora arrivare: scoppiò una rissa negli spogliatoi, l’arbitro dovette abbandonare il campo scortato e il ct inglese Alf Ramsey, impedì a un suo giocatore di scambiarsi la maglia a fine partita con un argentino. Evidentemente non pago di ciò, in conferenza stampa affermò che era impossibile esprimere un calcio migliore giocando contro degli animali. Apriti cielo!
Questa fu la pietra miliare dell’odio tra le due nazionali. Anche perché nel frattempo in Argentina l’ennesimo golpe aveva portato al potere il Generale Ongania che accolse Rattin e tutta la nazionale reduce dalla kermesse inglese come degli eroi, arrivando a definirli “i campioni morali”, cercando così di capitalizzare tanto clamore in chiave di legittimazione popolare, e trovando una sponda nella stampa che titolava “Prima ci rubano le Malvinas, ora la Coppa del Mondo”. Era solo il primo atto di quella che sarebbe stata una delle trame più ricorrenti e floride del mondiale.
Giuseppe Ranieri

