
Nell’estate di 25 anni fa Genova visse una delle pagine più drammatiche della sua storia. Da giovedì 19 a domenica 22 luglio 2001 il capoluogo ligure fu infatti teatro della cosiddetta “riunione dei grandi della Terra”: evento conosciuto con il termine di G8.
Sappiamo tutte e tutti come andò a finire. Ciò che successe nelle strade della città è sotto gli occhi di chiunque voglia informarsi. In quei vicoli e in quelle piazze si svolse il contro-vertice che vedeva riunite numerose sigle sociali, sotto lo slogan semplice ma efficace che recitava “un altro mondo è possibile”, degli ambiti più diversi: dall’ecologismo al cattolicesimo passando per il movimento per il terzo mondo ma anche tante sigle politiche e sindacali. Molti descrissero questa grande corrente multiculturale e che si auto-organizzava orizzontalmente con il termine “No Global”: parola usata per la prima volta dopo ciò che accadde a Seattle nel novembre 1999.
La repressione statale fu spietata e alla conclusione del vertice il conto finale degli scontri parlava di un morto, migliaia di feriti e arrestati tra i manifestanti. A questi numeri si aggiungevano una città distrutta e una macchina della sicurezza che aveva fallito sotto ogni punto di vista.
Le stesse forze dell’ordine uscirono gravemente macchiate da questa vicenda che infatti tentarono in tutti i modi di nascondere, depistare (come non ricordarsi il caso delle due molotov per giustificare l’assalto alla scuola Diaz o quel tentativo di dire che a uccidere a piazza Alimonda fosse stato un sasso e non un proiettile sparato?) e soprattutto si comportarono come se nulla fosse accaduto. Purtroppo per loro Amnesty International definì il G8 di Genova 2001 come “la più grande sospensione dei diritti umani in un paese occidentale dalla Seconda Guerra Mondiale”.
L’evento più tragico di quel vertice si consumò il pomeriggio del 20 luglio 2001 a piazza Gaetano Alimonda. Alle ore 17:27 il giovane manifestante Carlo Giuliani venne raggiunto e colpito a morte da una pallottola partita da una pistola che era spuntata all’interno di una camionetta della polizia.
Subito si urlò alla legittima difesa del carabiniere, un giovane ventenne alla sua prima esperienza che di fatto non subì mai un vero e proprio processo per quanto accaduto, visto che la stessa camionetta si trovava in mezzo a violenti scontri circondata da numerose persone furiose. Nessuno però fece notare che la tensione non era iniziata a caso, ma era salita dopo gli scellerati interventi delle forze dell’ordine che avevano caricato a freddo, sia frontalmente che dai lati, il corteo delle tute bianche regolarmente autorizzato, mentre si trovava in via Tolemaide.
Carlo Giuliani, poche ore dopo il suo assassinio, divenne un vero e proprio simbolo dello stesso movimento No Global e furono numerosi gli ambiti che dedicarono un ricordo a questo giovane di appena 23 anni.
Dopo aver letto tutto il possibile, e visto anche tutti i documentari e filmati disponibili, sui fatti di Genova e su questo giovane compagno, mi è venuta la voglia di capire quale fosse il rapporto dello stesso Carlo con il mondo dello sport, sia popolare che mainstream.
Volendo trovare una fonte credibile, e che soprattutto non romanticizzasse del tutto la questione, sono riuscito a entrare in contatto con il Comitato Piazza Carlo Giuliani, venuto alla luce pochi anni dopo i fatti di piazza Alimonda. Grazie alla disponibilità e al dialogo avuto con le compagne e coi compagni del comitato ho scoperto che per Carlo Giuliani il calcio aveva soprattutto un valore sociale visto che, grazie a esso, riusciva a stare in mezzo alla gente e a sentirsi parte del gruppo.
Carlo, però, non era certo un ultras visto che aveva, nella città della Lanterna, amici sia del Genoa che della Sampdoria. Per questo era stato qualche volta, con loro, in entrambe le gradinate dello stadio Marassi. Una qualche simpatia calcistica la nutriva per la Roma, squadra della città in cui era nato il 14 marzo 1978.
Poche settimane prima del 20 luglio il giovane si era recato nella Capitale per festeggiare, insieme agli amici che aveva lì e al cugino che considerava un fratello mancato, il terzo e ultimo scudetto conquistato dalla squadra giallorossa il 17 giugno 2001. Ma, anche in questo caso, vi era un attaccamento soprattutto per il valore sociale che attribuiva a quello sport che gli permetteva di stare col gruppo.
Lo stesso calcio non era certo un qualcosa che Carlo praticava regolarmente. Giocava più che altro in alcune strade e piazze vicino casa ma per semplice passatempo. Alcune volte aveva indossato la divisa da gioco sul campo della Solferino (squadra dilettantistica genovese che oggi milita in seconda categoria e ha cambiato nome). Anche qui però vi è la prevalenza della voglia di socialità perché ci andavano alcuni suoi amici.
La sua grande passione sportiva era in realtà il nuoto visto che imparò prima a nuotare, quando aveva pochi mesi di età, piuttosto che a camminare. Esiste una famosa foto di Carlo che si butta da uno scoglio in mare a testimonianza di ciò. Questa stessa immagine, non per caso, è stata scelta come sfondo per la maglia commemorativa del Comitato Carlo Giuliani per questo venticinquesimo anniversario.
Inoltre quel maledetto 20 luglio il giovane, sotto i pantaloni neri della tuta che usava quando venne raggiunto e ucciso dal proiettile, aveva un costume da bagno. Questo perché quel giorno, non sapendo bene cosa fare, aveva preso in considerazione anche l’ipotesi di andare in spiaggia a passare il pomeriggio.
Dal punto di vista sportivo uno dei ricordi del ragazzo morto a piazza Alimonda, che si svolgono ogni anno a Genova in occasione dell’anniversario della morte, ci porta all’interno dello spazio occupato Pinelli. Qui dal 2012 si organizza un evento di calcio popolare sulla spinta del torneo Mediterraneo Antirazzista, la cui prima edizione si tenne invece a Palermo nel 2008.
Si optò di ricordarlo anche in questo modo perché gli ideali che stanno alla base del cosiddetto mondo dello sport popolare: antirazzismo, antisessismo e antifascismo, erano gli stessi ideali che animavano la vita di Carlo quotidianamente.
All’inizio il torneo prevedeva il solo svolgimento del torneo di calcio. Col passare del tempo, però, l’evento si aprì anche ad altre discipline sportive visto che il solo “calcio popolare” non attraeva più così tanta gente come durante le prime edizioni. Negli ultimi anni ad esempio, come ci raccontano le compagne e i compagni dello stesso Pinelli, è stato dato il via anche a un torneo popolare di calcio balilla.
Ciò che accadde a Genova nell’estate di 25 anni fu uno dei primi momenti in cui il mondo del calcio prese parte a un evento fortemente politicizzato. Lo stesso movimento black-bloc venne descritto, il più delle volte, come un gruppo che voleva solamente far casino e formato da “infiltrati, facinorosi, teppisti e ultras”. Possiamo dire che nel capoluogo ligure iniziò quel processo, ancora molto vivo nell’epoca attuale, di demonizzazione del movimento ultras nazionale.
Questo mi ha spinto a una ulteriore domanda: c’è stato un qualche supporto di questo stesso movimento alle giornate di contestazione del G8 del 2001? Da che punto di vista è arrivato questo tipo di supporto? È un argomento abbastanza spigoloso, lo so, e infatti anche le numerose testimonianze che sono riuscito a raccogliere raccontano di un mondo parecchio frammentato che tratterò nel totale anonimato.
Detto questo non si può negare che, alle contestazioni della riunione genovese dei grandi della terra, presero parte in maniera singola e totalmente autonoma anche parecchie persone che frequentavano le curve italiane e internazionali dell’epoca.
Decine di tifosi decisero di recarsi a Genova da varie zone della Penisola non per una questione meramente politica ma perché avvertivano che il modello di sviluppo capitalista, che veniva proposto come il solo possibile e affidabile dalle grandi potenze economiche mondiali riunite a Palazzo Ducale, sarebbe stato solamente repressivo verso determinate categorie sociali, che avevano una loro visione del mondo chiara e definita, allora molto attive in Italia. Tra queste non mancava il cosiddetto movimento ultras che anzi, proprio da Genova, inizierà a essere tirato in ballo quando si dovrà trovare un capo espiatorio per giustificare una determinata risposta repressiva messa in atto dal sistema politico-statale.
Il G8, a parere di chi scrive, è infatti il primo banco per una serie di misure punitive adottate nel corso dei decenni a venire, si pensi ad esempio alla cosiddetta Tessera del Tifoso introdotta nell’agosto 2009 dall’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni. In più, già negli anni precedenti al summit genovese si avevano avute le prime avvisaglie di questo tentativo di messa a tacere che spinsero molti ultras a presentarsi al contro-vertice per cercare di far sentire il proprio dissenso.
Non si può negare che in Liguria arrivarono soprattutto tifosi “militanti”, legati all’area delle curve dell’estrema sinistra. Oggigiorno queste curve sono quasi del tutto sparite, e alcuni storici gruppi ultras repressi, per varie ragioni e colpe, dal panorama calcistico nazionale. Un panorama in cui attualmente predomina prevalentemente l’estrema destra.
Nel 2001, però, non vi era una netta così netta predominanza neofascista e una qualche forma di resistenza a questo sdoganamento negli stadi esisteva eccome e faceva sentire la propria voce per quanto possibile. Detto questo non si può negare che a Genova si presentarono anche persone di estrema destra e legate al mondo delle curve.
Ma anche in questo caso è molto difficile catalogare con certezza cosa fecero effettivamente questi individui. A due passi da piazza Alimonda, ad esempio, mi è stato confermato che vi era una sede di tifosi locali, in cui si recavano persone sia di destra che di sinistra, che durante la giornata del 20 luglio diventò un rifugio per i manifestanti che si erano trovati nel mezzo degli scontri e che cercavano riparo dalla caccia all’uomo in cui si cimentarono numerosi rappresentanti delle forze dell’ordine in servizio quel giorno.
Nel 2002 si tenne a Terni un raduno, denominato Resistenza Ultras, a cui si presentarono alcune tifoserie antifasciste da varie zone d’Italia, anche molto distanti tra loro. Durante quelle giornate passate tutti assieme furono numerosi gli interventi che rivendicavano il loro impegno durante il G8 genovese dell’anno prima all’interno del movimento del contro-vertice.
Negli anni successivi a quell’estate di 25 anni fa furono infine numerosi gli striscioni che si levarono in ricordo di Carlo Giuliani in alcune curve degli stadi da nord a sud della Penisola. Non mancano, in questo caso, neanche esempi che travalicano i confini nazionali.
Il ragazzo morto a piazza Alimonda, suo malgrado, diventò un simbolo per far crescere ancora di più il disprezzo contro le forze dell’ordine. Non a caso Carlo venne omaggiato anche da alcune curve da sempre molto vicine alla destra più estrema.
Insomma la questione del G8 risulta complessa anche sotto questo punto di vista e difatti non si può fare una descrizione netta e precisa a 360 gradi. Noi ci abbiamo provato lanciando qualche spunto, ma sapendo che però ancora molto ci sta da indagare e da imparare perché… non accada mai più!
P.S.: Sono tante, e troppe, le persone che dovrei ringraziare per loro testimonianze. Penso che un ringraziamento a tutto il Comitato Piazza Carlo Giuliani sia più facile da fare.
Un pensiero speciale a Elena e Haidi, la sorella e la mamma di Carlo, che per quanto possibile mi hanno raccontato dettagli che mai avrei scoperto e sono state l’inizio di una serie di altri incontri e chiacchierate molto interessanti. Ringrazio anche Domenico per le sue perle che ha scritto in qualche libro pubblicato sui fatti di Genova in questi 25 anni.
Infine un ulteriore abbraccio a Ilaria del Comitato che da subito mi ha supportato in questo progetto e che mi ha dato qualche idea su come strutturarlo e soprattutto mi ha passato i primi nomi con cui parlare.
Roberto Consiglio

