
I guantoni al centro del ring. Lo stadio gremito che applaude. Sotto i riflettori Katie Taylor che saluta con il sorriso discreto. È stato il suo ultimo incontro quello contro Flora Pili, gli ultimi colpi della pugile più influente del XXI secolo.
La scenografia è quella delle grandi occasioni, con il Croke Park di Dublino gremito e tutto organizzato nei minimi particolari. Un evento pop e popolare, in cui musica, sport e intrattenimento si sono fusi con l’obiettivo, neanche troppo velato, di realizzare un evento capace di rimanere impresso nella storia dello sport irlandese e mondiale.
Un investimento economico notevole da parte di Eddie Hearn, l’organizzatore, con una serie di sponsor importanti che hanno svelato il grande movimento di capitali attorno a questo evento. È tutto bello, emozionante, ma si vede che è mosso da colossali investimenti.
Ottantatremila spettatori chiamati a celebrare una carriera trentennale, quella di Taylor, cominciata nel 1996, quando una bambina di appena dieci anni fu incoraggiata dal padre a intraprendere la nobile arte. Aveva bisogna di acquisire fiducia in se stessa, per questo era entrata in palestra. Come nei film.
Trent’anni fa sembrano un battito di ciglia per i tempi lunghi della storia, ma il mondo era veramente diverso. Profondamente diverso. Sembra un’altra era, un tempo lontano, remoto, per certi versi atavico. Un tempo in cui parità di genere, inclusione, antisessismo erano concetti poco praticati al di fuori di stretti circuiti militanti. Tutto era più duro. Spigoloso.
Per questo la storia di Katie Taylor – una delle grandi protagoniste della boxe contemporanea – resta intrisa di Novecento, di dolore, furore, conflitti e discriminazioni. Di qualcosa che oggi, per certi versi, sembra superato. O almeno attenuato.
Perché in quel passato remoto, trent’anni fa, perfino per fare una cosa “normale” come boxare, bisognava chiedere permesso. Perché il ring non era, per molti, un paese per donne.
Non c’erano i divieti del dopoguerra ma serpeggiava comunque, nei fatti, una certa ostilità verso la presenza femminile nel pugilato. In tante palestre si storceva il naso e tanti maestri si rifiutavano di prendere la cosa sul serio.
Per esempio Katie, povera e molto timida, si fingeva maschio per combattere nei primi incontri da novizio, agli esordi della sua carriera, perché il pugilato rimaneva assolutamente una “cosa da uomini” ed era molto difficile trovare avversarie all’altezza.
Soprattutto per questo la sua è stata una prassi femminista, anche senza esserlo dichiaratamente. Katie Taylor non è infatti una compagna nel senso canonico del termine, ma ha combattuto e abbattuto molte barriere. E ha incarnato un modello di emancipazione femminile radicale, senza forse rendersene conto fino in fondo, come ha più volte ammesso.
Negli ultimi anni però era diventata molto più consapevole del suo ruolo, al punto da spendere molto tempo ed energia nella promozione “pedagogica” del pugilato fra bambine, adolescenti, ragazze e donne, che vedevano in lei una fonte di ispirazione e un esempio virtuoso.
E tutto questo, quello che Katie ha fatto fuori e dentro il ring, ha contribuito anche al grande rilancio del pugilato in Irlanda – sospinto dal protagonismo femminile – che ha riempito palestre e ring di una nuova generazione di praticanti, in un momento in cui la nobile arte viveva un periodo crepuscolare, perfino in un paese di enorme tradizione pugilistica come l’Irlanda.
Taylor è germogliata in un mondo assolutamente maschile, quello delle palestre di trent’anni fa, si diceva, dove un certo machismo trovava terreno fertile nel mix di conservatorismo sociale e cattolicesimo di cui erano imbevute le verdi terre di Irlanda. Katie e si è dovuta fare largo a spinta, aprendo però una strada e trasformandosi in un esempio. In cui tenacia e dedizione hanno fatto da bussola.
I primi pugni li tira a Bray, Contea di Wicklow, sulla costa orientale della Repubblica d’Irlanda. Qui il padre Pete, ex campione dei massimi leggeri d’Irlanda, la spinge in palestra. Fin da subito mostra una grande propensione: è a suo agio con i guantoni e si dedica con abnegazione agli allenamenti. Si intravede fin da subito che ha la stoffa, potrebbe farcela.
Nel 2001, ad appena 15 anni, combatte il primo incontro femminile riconosciuto di pugilato in Irlanda. Al tempo ci si poteva allenare ma gareggiare in un incontro federale, omologato, era impossibile. E Katie mostra la strada e conquista spazi.
In breve tempo la sua carriera esplode. A livello amatoriale ottiene un’enormità di successi: cinque campionati del mondo, cinque europei, cinque campionati dell’Unione Europea, cinque giochi europei.
Nel 2012 la vittoria più grande, la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra, che va ricordato sono le prime Olimpiadi in cui alle donne è concesso di combattere sul ring.
Fino al 2015, in quindici anni di carriera amatoriale, Taylor combatte 189 incontri, ne vince 176 (39 per ko), ne perde 12 e ne pareggia 1.
Sul finale della sua carriera da amatore litiga con il padre, suo allenatore e mentore, a causa di una relazione extraconiugale che distrugge la famiglia Taylor. Pete Taylor viene isolato, tutti i figli si stringono intorno alla madre e Katie rompe ogni rapporto, anche umano, con il padre.
Nel 2016 passa professionista ed entra nella Matchroom Boxing, la scuderia del giovane e ambizioso Eddie Hearn, forse il maggiore promoter al di fuori degli Stati Uniti. Da quel momento incomincia ad anellare una serie di vittorie che la proiettano ai vertici del pugilato mondiale.
Dopo i primi incontri di acclimatamento, il 28 ottobre 2017 conquista contro Anahí Ester Sánchez il primo titolo mondiale, quello dei leggeri WBA (World Boxing Association). Dopo qualche difesa conquista nel 2018 anche il titolo leggeri IBF (International Boxing Federation) contro Victoria Bustos. Nel marzo 2019 arriva la conquista del titolo dei leggeri della WBO (World Boxing Organization) contro Rose Volante, per ko tecnico al nono round.
Ormai ha tre cinture su quattro e vuole l’unificazione del titolo, per questo sfida Delfine Persoon detentrice della corona WBC (World Boxing Council). Il primo giugno 2019 va in scena l’incontro, che sancisce la vittoria di Taylor ai punti – anche se molto contestata – e l’unificazione di tutte le cinture di categoria dei leggeri.
Taylor difende il titolo diverse volte, sconfigge nuovamente e senza appello Persoon, più altre valide avversarie. Nel 2022 va in scena la prima sfida della trilogia contro Amanda Serrano, che diventa nei fatti, insieme con gli altri due incontri, il punto più alto mai raggiungo dal punto di vista tecnico in un incontro di pugilato femminile.
Nel marzo 2023 arriva però la prima sconfitta contro Chantelle Cameron, in una categoria superiore, quella dei superleggeri. Il 25 novembre dello stesso anno Taylor vendica la prima e unica sconfitta in carriera, strappando le quattro cinture di categoria proprio a Cameron e imponendosi come padrona assoluta anche dei superleggeri.
I successivi due incontri della carriera di Taylor, i penultimi, sono quelli che chiudono la trilogia con Amanda Serrano e vanno in scena a novembre ’24 e a luglio ’25. Entrambi sono vinti da Taylor ai punti, che si impone su una delle avversarie più tenaci mai affrontate sul ring, che la aiuterà però a esprime il suo pugilato migliore.
Dopo le epiche sfida con Serrano arriva l’ultimo appello contro Flora Pili, l’ultimo gong per Taylor nella sua Irlanda, il 5 settembre 2026.
A Dublino è tutto perfetto: Taylor batte Pili per decisione unanime e si concede un bagno di folla in cui non solo 83.000 spettatori si stringono attorno a lei, ma un paese intero, l’Irlanda, guarda ammirato la sua campionessa. La più grande pugile del XXI secolo. Katie Taylor.
Filippo Petrocelli

