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Il prossimo 6 febbraio si svolgerà, presso lo stadio San Siro di Milano, la cerimonia di apertura della XXV edizione dei giochi olimpici invernali che si terranno tra il capoluogo lombardo e la località veneta di Cortina d’Ampezzo.
Anche in questa occasione, soprattutto nelle ultime settimane che precedono la cerimonia d’inaugurazione, non è mancata la sola voce univoca che ci presentava questo grande evento come un’occasione unica, non solo per il territorio ospitante ma per il paese intero, di sviluppo, creazione di posti di lavoro e guadagni per tutte e tutti. Purtroppo ancora una volta non è così e si cerca di far venire fuori anche i numerosi punti interrogativi che, da molti anni a questa parte, accompagnano ogni “grande evento” degno di questo nome.

“Lunga vita al Kurdistan. Potere ai curdi. Libertà per il Rojava. Non accettiamo quello che sta accadendo nel Kurdistan occidentale. Lunga vita al Kurdistan”. Ha gridato così Agit Kabayel, dopo la vittoria del titolo mondiale ad interim dei pesi massimi del World Boxing Council (Wbc).
In altri tempi sarebbe stato chiamato sfidante al titolo, contender, oggi si preferisce dargli una cintura “fittizia” in attesa della sfida iridata contro il vero campione dei massimi Oleksander Usyk. Stranezze della boxe contemporanea e del proliferare di cinture, ma poco importa. Non è questo l’argomento. C’è ben altro.
Perché le dichiarazioni infuocate di fine incontro hanno surclassato e ridimensionato, in un certo senso, quanto accaduto durante il combattimento.
Sul ring il polacco Damian Knyba, l’avversario, si è difeso come ha potuto cercando di arginare l’irruenza di Kabayel, l’incontro potrebbe essere riassunto così. Sul finire del terzo round l’intervento arbitrale ha decretato il ko tecnico, risparmiando al polacco una punizione troppo severa. Il dislivello fra i due era ormai evidente, con Knyba rigido, in piedi a fatica, pressato dai colpi potenti di Kabayel.

L’incipit a questa recensione è lo stesso autore a suggerirmela, imbeccato a usa volta da un’ormai celebre definizione delle opere letterarie dei Wu-Ming, ossia “Un Oggetto Narrativo Non Identificato”.
E sì perché Il Sutra del pallone di cuoio di Carlo Miccio edito da Rogas è proprio questo, una categoria letteraria a sé stante con elementi di narrativa, finzione e saggistica tutti mescolati a riferimenti spirituali e calcistici. Autofiction? Anche. Ma non come dicono giustamente i Baustelle in Spogliami: “Tuttavia è meglio il nucleare dell’autofiction scritta male”.
Quindi leggendo Carlo Miccio si può star certi che il desiderio dell’olocausto nucleare è lontano e anzi il libro brama di essere letto.

Ciro Romano l’autore del libro Jongobloed, il romanzo del tabaccaio edito da Garrincha Edizioni, l’ha detto in modo esplicito, è incredibile che nessuno prima di lui abbia pensato di scrivere qualcosa su una delle vite più romanzesche del calcio. Personalmente prima di lui ne avevo accennato la biografia nella serie di biografie di Estremi Difensori, ma io stesso sorpreso dell’esistenza della sua sola autobiografia in lingua olandese mi ero posto il quesito. Allorché si può dire che questo libro è il più accurato e organico nella descrizione del portierone olandese. E poco non è nonostante il format delle figurine di Garrincha posso limitare lo scrittore, ma oggettivamente il buon Ciro Romano riesce nell’impresa di contemplare la romanzesca vita insieme alle sue fortune di giocatore.