Vincere a Roma. L’indimenticabile impresa di Abebe Bikila dello scrittore...
I guantoni al centro del ring. Lo stadio gremito che applaude. Sotto i...
Data l’assenza dal blog, oggi cerchiamo di recuperare proponendo ben due...
Nell’estate di 25 anni fa Genova visse una delle pagine più drammatiche...
Nella sua storia quasi centenaria la Coppa del Mondo ha visto la nascita di...
Cuba, da alcuni mesi, sta attraversando uno dei periodi più problematici...

Vincere a Roma. L’indimenticabile impresa di Abebe Bikila dello scrittore francese Sylvain Coher, pubblicato in Italia dalla casa editrice 66thand2nd, è uno dei più bei libri sportivi mai scritti. L’eccezionale prosa e lo stile aggiungono e non tolgono nulla al personaggio di Abebe, né al grandioso merito sportivo di vincere una maratona. La gara delle gare, l’ultima disciplina che chiude da sempre i giochi olimpici. Quella più immaginifica.
Coher adatta la sua prosa al passo instancabile e regolare del maratoneta etiope, un susseguirsi di rettilinei, salite di sanpietrini, le vie millenarie di Roma raccontate alla luce ardente di quel 10 settembre 1960. La fatica, la speranza ha lo stesso ritmo del passare dei chilometri, i tempi sono il respiro di Abebe e dei suoi colleghi in lizza per la vittoria.
Il libro ha lo sorprendente capacità – o meglio lo stile dello scrittore francese – di farti “sentire la polvere in bocca”, l’arsura del corridore, l’enfasi della vittoria. E la fatica estrema del corridore lungo i 42 chilometri crea un lungo monologo interiore con la “piccola voce”. Qui Abebe dialoga continuamente con i suoi pensieri, con il suo padre putativo l’allenatore svedese Niskanen, con sua moglie, col Negus. Pensa, le urla interiori non fermano quei piedi formidabili nudi per l’occasione che accarezzano il basolato di Via Appia come i lunghi rettilinei del Nuovo Raccordo Anulare di Roma.

I guantoni al centro del ring. Lo stadio gremito che applaude. Sotto i riflettori Katie Taylor che saluta con il sorriso discreto. È stato il suo ultimo incontro quello contro Flora Pili, gli ultimi colpi della pugile più influente del XXI secolo.
La scenografia è quella delle grandi occasioni, con il Croke Park di Dublino gremito e tutto organizzato nei minimi particolari. Un evento pop e popolare, in cui musica, sport e intrattenimento si sono fusi con l’obiettivo, neanche troppo velato, di realizzare un evento capace di rimanere impresso nella storia dello sport irlandese e mondiale.
Un investimento economico notevole da parte di Eddie Hearn, l’organizzatore, con una serie di sponsor importanti che hanno svelato il grande movimento di capitali attorno a questo evento. È tutto bello, emozionante, ma si vede che è mosso da colossali investimenti.

Data l’assenza dal blog, oggi cerchiamo di recuperare proponendo ben due recensioni…
Heartland pubblicato nel 2013 da 66thand2nd è scritto magistralmente da uno dei massimi autori del realismo sociale, Anthony Cartwright degno collega di “corrente di pensiero” del ben più famoso regista Ken Loach. Descrivere brutalmente quel coacervo di vissuti che è l’Inghilterra degli anni 2000 (e precisamente siamo nel Black country), con la durezza della sua realtà deindustrializzata e in forte declino demografico, economico e sociale e il portato di tutti suoi annessi e ancillari problemi, come razzismo e individualizzazione, come uno spettro che si aggira nel paese britannico.

Nell’estate di 25 anni fa Genova visse una delle pagine più drammatiche della sua storia. Da giovedì 19 a domenica 22 luglio 2001 il capoluogo ligure fu infatti teatro della cosiddetta “riunione dei grandi della Terra”: evento conosciuto con il termine di G8.
Sappiamo tutte e tutti come andò a finire. Ciò che successe nelle strade della città è sotto gli occhi di chiunque voglia informarsi. In quei vicoli e in quelle piazze si svolse il contro-vertice che vedeva riunite numerose sigle sociali, sotto lo slogan semplice ma efficace che recitava “un altro mondo è possibile”, degli ambiti più diversi: dall’ecologismo al cattolicesimo passando per il movimento per il terzo mondo ma anche tante sigle politiche e sindacali. Molti descrissero questa grande corrente multiculturale e che si auto-organizzava orizzontalmente con il termine “No Global”: parola usata per la prima volta dopo ciò che accadde a Seattle nel novembre 1999.