
L’incipit a questa recensione è lo stesso autore a suggerirmela, imbeccato a usa volta da un’ormai celebre definizione delle opere letterarie dei Wu-Ming, ossia “Un Oggetto Narrativo Non Identificato”.
E sì perché Il Sutra del pallone di cuoio di Carlo Miccio edito da Rogas è proprio questo, una categoria letteraria a sé stante con elementi di narrativa, finzione e saggistica tutti mescolati a riferimenti spirituali e calcistici. Autofiction? Anche. Ma non come dicono giustamente i Baustelle in Spogliami: “Tuttavia è meglio il nucleare dell’autofiction scritta male”.
Quindi leggendo Carlo Miccio si può star certi che il desiderio dell’olocausto nucleare è lontano e anzi il libro brama di essere letto.

La storia mondiale ha alcune date che vengono ricordate come fondamentali. Una di queste è il 12 aprile 1961 quando il cosmonauta sovietico Juri Gagarin compì il primo viaggio di un umano nello spazio. Venerdì prossimo, 12 aprile 2024, cadrà il sessantatreesimo anniversario da quella data.
A metà del XIX secolo era in pieno svolgimento quel conflitto passato alla storia con il termine di Guerra Fredda. Le due superpotenze sul campo, USA e URSS, cercavano sistematicamente di prevalere sul nemico sotto numerosi punti di vista.
In quel periodo della disputa ci si confrontava principalmente in quella che veniva definita la “corsa allo spazio”. Numerosi furono infatti i tentativi di Washington e Mosca di conquistare, per la prima volta nella storia dell’umanità, il cosmo celeste mandando in orbita un qualche loro astronauta.

Il 16 novembre 1922 nasceva nel piccolo comune di Azinhaga, facente parte del distretto del Portogallo centrale di Santarém, lo scrittore José de Sousa Saramago. Autore di importanti libri come Cecità e Il Vangelo secondo Gesù Cristo, nel 1998 venne insignito del premio Nobel per la letteratura.
Saramago, in molte delle sue opere, ha voluto mettere in luce un forte approccio filosofico sulla natura umana. Questo tipo di visione ha però interessato anche altri ambiti della vita dello scrittore lusitano.
Lo scrittore trascorse parte della sua vita nella capitale portoghese Lisbona, città che vanta una delle rivalità calcistica più accese. A sfidarsi nel “Derby di Lisboa”, dal lontano dicembre del 1907, sono i biancorossi del Benfica e i biancoverdi dello Sporting Lisbona.

Darrel Standing è un detenuto del carcere di San Quentin, un centro di reclusione a nord di San Francisco. Il reato non lascia spazio a troppe interpretazioni: Standing, professore universitario del College of Agricolture dell'Università di California, è in carcere per l'omicidio ai danni di un collega, il professor Heskell. Sulla vicenda, scrive lui, non ci sono da discutere i torti o le ragioni, e infatti non lo faremo nemmeno noi. Rettifichiamo però soltanto una cosa: Darrel Standing scrive, sì, ma lo fa per mano del suo autore, del suo burattinaio Jack London. È dalle sue viscere, infatti, che è fuoriuscito questo personaggio, protagonista di Il vagabondo delle stelle. Le botte e gli scossoni che incassa Standing sono gli stessi che l'autore ci rifila pagina dopo pagina; duri, ruvidi, aspri. Pretende dedizione e coraggio per poterci spingere nella selva che ha preparato per noi; ci chiede anche di tenere gli occhi aperti e monitorare la realtà circostante per non diventare conniventi e collusi con il marcio imperante, con gli aguzzini e i torturatori.London infatti, in pieno fervore socialista e progressista, condanna qui la ferocia del sistema carcerario statunitense e la stasi criminale dell'opinione pubblica; mette sulla graticola sia l'infamia della mano che colpisce l'innocente sia il silenzio omertoso - ma intriso di sangue - del pubblico.