
PRIMA IL NORD
È il tempo del trionfo per Napoli, dopo la conquista del terzo titolo della sua storia. “Lo scudetto di una città”, come lo ha definito lo scrittore Maurizio De Giovanni, ripaga un intervallo di tempo lungo 33 anni, in cui si sono alternati momenti di delusione, illusione e speranza. Il successo partenopeo del 4 maggio scorso non ha restituito però solo dignità a un popolo, ma ha posto anche un argine all’egemonia settentrionale del campionato italiano di calcio, che durava da più di due decenni. L’ultima squadra a esserci riuscita era stata la Lazio nel lontano 2000: da allora, il trend aveva ripreso una tradizione centenaria che vedeva rimbalzare, con cadenza frequente, l’assegnazione del titolo tra Milano e Torino. Non un’impresa da tutti, quindi. La mancanza di continuità nel successo delle squadre del centro sud è eloquente: su più di cento scudetti assegnati, quelli vinti nel mezzogiorno sono risibili, e i piazzamenti – salvo poche eccezioni – quasi sempre di bassa classifica. Un ritardo atavico, che affonda le sue radici nel tempo. Solo l’introduzione della carta di Viareggio da parte del fascismo (ha fatto anche cose buone cit.), infatti, estese la partecipazione al campionato a tutte le squadre della penisola, fino a quel momento, riservata alle sole città del triangolo industriale.

Julia Ituma è morta, e con lei la nostra dignità. Le ultime notizie dicono che la pallavolista diciottenne si è tolta la vita nella notte tra mercoledì 12 e giovedì 13 aprile, poche ore dopo la partita di Champions League disputata a Istanbul tra la sua squadra, la Igor Novara, e quella di casa, l’Eczacibasi.

Negli anni ’80 la Gran Bretagna fu l’epicentro di una rivoluzione – o semmai involuzione – neoliberista che portò alla disgregazione di moltissime forme di comunità, politiche e non, che sino a quel momento avevano sostenuto una pace sociale divenuta modello in tutto l’occidente. Spesso idealizzata, quella Gran Bretagna era comunque un paese fortemente razzista. Nelle istituzioni del calcio mondiale, nessuno rappresentava meglio queste contraddizioni del presidente della FIFA Stanley Rous, deposto nel 1974, quando la sua vicinanza al regime dell’apartheid Sudafricano diventò politicamente sconveniente. Fu proprio negli anni ’70 che negli stadi britannici cominciavano a emergere i primi gruppi hooligans organizzati.

Chi scrive sapeva di dover andare a Crotone nel secondo weekend di marzo già da agosto, non perché abbia conseguito capacità divinatorie, ma perché erano stati appena stilati i calendari di Serie C, e quella sarebbe stata (come d’altro canto in effetti si è rivelata essere) una sfida di altissima classifica, decisiva per la vittoria finale del campionato.
Tuttavia, com’era facilmente ipotizzabile, la sfida è stata posticipata al lunedì successivo per soddisfare le esigenze televisive, inoltre – e anche peggio – il settore ospiti resterà chiuso perché questo sembra essere ormai il nuovo approccio all’ordine pubblico da parte delle istituzioni e delle sue emanazioni “specializzate” nel (non) farlo, nel lavarsi le mani di fronte alle responsabilità attraverso i divieti e quindi astenendosi dal fare quello per cui vengono pagati; un po’ come se un cuoco si rifiutasse di cucinare a un ricevimento matrimoniale, un medico di entrare in sala operatoria dopo un’esplosione in una scuola o un commesso di andare in negozio il primo giorno dei saldi. E probabilmente la cosa più grottesca è l’accettazione, anzi l’assuefazione da parte dell’opinione pubblica (leggi stampa sportiva) che tende a normalizzare tutto ciò anche quando le decisioni si ribaltano più di una volta a ridosso dei match, come nel caso della trasferta a Milano dei leccesi, e c’è stato bisogno che questo mix tra incompetenza e ottusità si riversasse su un club straniero – l’Eintracht Francoforte – a maggior ragione di quella Germania che è all’avanguardia nella tutela dei tifosi, per farci capire che forse questo non è un metodo accettabile in un paese evoluto, facendo finalmente sentire al nostro Esecutivo quel senso di inadeguatezza e di incompetenza (certificate nelle ultime dichiarazioni alla stampa che fanno impallidire il cast di “fascisti su Marte” per quanto sono grottesche ai limiti della fiction) che solo un paese anestetizzato da oltre trent’anni di tv spazzatura e di lavaggio del cervello che manco Alex di Arancia Meccanica non riesce a percepire pienamente.

Questo articolo si pone come una sorta di introduzione e analisi del calcio in Unione Sovietica, per capire quale sia stata la dimensione di questo sport all’interno della società sovietica. Come ogni introduzione che si rispetti partiamo con una cronologia storica necessaria per capire di cosa stiamo parlando. La Federazione calcio di tutte le Russie nasce il 6 gennaio 1912 a San Pietroburgo, nello stesso anno si affilia anche alla FIFA, e l’esordio a livello internazionale si registra sempre in quello stesso anno, quando la nazionale russa affrontò alle Olimpiadi di Stoccolma la nazionale finlandese venendo eliminata da quest’ultima. La Federazione rimase in attività solo per cinque anni durante i quali si occupò dell'organizzazione di due campionati russi. Nel 1912, il titolo va alla squadra di San Pietroburgo, mentre l'anno successivo è la rappresentativa di Odessa che ne uscì vittoriosa. Nel 1914 il campionato venne sospeso in seguito allo scoppio della prima guerra mondiale e per otto anni il calcio russo rimase cristallizzato. Già, nel periodo zarista, poi in quello sovietico, anche il calcio seguì un tipico trattato della politica russa: a livello internazionale iniziò un lungo periodo di isolamento sportivo. Con la rivoluzione d’Ottobre del 1917, anche il calcio subì una sostanziale trasformazione sociale perché il socialismo si occupò di riformare pure lo sport. Come primo passo, la Federazione calcio di tutte le Russie cambiò il suo nome diventando la Federazione calcistica dell'Unione Sovietica. Ufficialmente si dovrà aspettare 1922 per la ripresa del calcio in Russia, per alcuni importanti motivi: la rivoluzione d’Ottobre e le guerre civili che videro protagonisti i bolscevichi contro le truppe zariste e i contadini russi. Una volta che i comunisti raggiunsero la vittoria nel 1922 si poterono dedicare anche a modificare il campionato di calcio russo e le prime modifiche riguardavano proprio le squadre che partecipavano a questa competizione e alcune di queste sono tutt’ora attive nell’attuale campionato di calcio russo. Queste squadre furono dei punti di riferimento culturali e le più rappresentative sulla scena internazionale, come lo Spartak Mosca, la Lokomotiv Mosca, la Torpedo, la Dinamo Mosca e il CSKA. La logica del governo comunista era molto semplice: sostituire le vecchie squadre considerate simbolo della borghesia con associazioni sportive legate ad aziende di Stato ed enti pubblici, quindi rappresentare al meglio il popolo russo.
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