
Nella sua storia quasi centenaria la Coppa del Mondo ha visto la nascita di diverse rivalità. A quelle spiccatamente regionali, si sono aggiunte quelle per questioni meramente sportive e poi anche quelle politiche. Quella tra Argentina e Inghilterra merita un capitolo a parte per la ferocia e l’intreccio di trame in cui si è avvolta nel corso dei decenni, quando veniva rinfocolata da interpreti sublimi in campo, politici spietati e scrittori graffianti.
Sebbene si possa dire che una rivalità come questa sia atavica, esiste una data a cui far risalire la radice di quest’odio ed è il 23 luglio 1966, il giorno dei quarti di finale dei mondiali. Com’era facilmente preventivabile, quella tra Argentina e Inghilterra fu un incontro molto ruvido, d’altronde la Seleciòn, sotto la guida del ct Juan Carlos Lorenzo, aveva abbracciato in toto i dettami del catenaccio e del dogma del “prima non prenderle”.
I padroni di casa provarono da subito a fare la partita, ma i sudamericani che dopo i primi minuti aumentavano gradualmente i giri del proprio motore, puntavano sempre a spezzettare il gioco per rallentare il ritmo degli avversari. Ma la svolta avvenne al trentacinquesimo minuto. A seguito di un fallo fischiato vicino al limite dell’area di rigore argentina, il capitano sudamericano Rattìn, mostrando la fascia si avvicinò verso l’arbitro, il tedesco Krettlein, per chiedere spiegazioni. Ma c’era un problema: il calciatore parlava solo in spagnolo, mentre l’arbitro non conosceva proprio quella lingua e per questo il capitano argentino chiedeva un interprete. L’arbitro si fece impressionare dalla mimica di Rattin e lo espulse senza capire ciò che voleva dirgli!

I fatti storici, molte volte, si ripetono con una frequenza impressionante. Tale ripetizione riguarda numerosi ambiti del mondo attuale tra cui non poteva mancare quello sportivo.
Lo scorso 11 giugno 2026 ha preso il via la ventitreesima edizione della Coppa del Mondo Fifa che si disputa in ben tre paesi: Stati Uniti, Canada e Messico. Il match d’esordio si è giocato allo stadio Azteca di Città del Messico, tra i padroni di casa e il Sudafrica.
Nello stesso impianto esattamente 40 anni fa, era infatti il 22 giugno 1986, avvenne uno degli episodi più importanti, conosciuto con il nome di “Mano De Dios”, della storia della World Cup dalla sua prima edizione del 1930 in Uruguay. In quella calda giornata estiva di 4 decenni fa lo scettro del protagonista principale se lo prese Diego Armando Maradona.

Si sa, la retorica delle “Migliori Olimpiadi Invernali di sempre” è sempre dietro l’angolo e nei fatti inizia ancora prima che le stesse facciano scorrere i titoli di coda, a maggior ragione per un comitato organizzatore allineato a un governo come il nostro in perenne ricerca di effetti speciali, non tanto per una questione di legittimazione, quanto per “deformazione” socio-politica portata automaticamente alla perenne mistificazione.
Eppure, questa volta a dare manforte a questa visione spassionatamente ottimista, sarebbe bastato far parlare da sé i risultati che confermano come alle nostre latitudini questa rappresenti la migliore performance di sempre negli sport invernali. A maggior ragione se si pensa alla situazione quasi tragica di soltanto quattro edizioni fa, Vancouver 2010, ci si può rendere conto del miracolo realizzato dal punto di vista agonistico, con l’augurio che in un futuro non ancora ben identificato, tali risultati possano incidere anche sull’accessibilità e la diffusione di molti di questi sport che solitamente vengono tenuti in naftalina per tre anni e undici mesi, fino alle Olimpiadi successive.

Da sempre, quando parli del calcio argentino e di cosa rappresenta questo sport per il popolo del grande paese sud-americano, non riesci a trovare una definizione chiara e completa. Il mondo del pallone a quelle latitudini non è concepito come un semplice passatempo ma come una vera e propria religione social-popolare che viene descritta perfettamente da Osvaldo Bayer, nel suo libro intitolato Futbol. Una storia sociale del calcio argentino.
In Argentina, questa forte passione per il mondo del pallone, viene messa in risalto in una città in particolare: Buenos Aires. Per le strade e i vicoli della capitale del paese, che molti non esistano a definire una delle megalopoli di quel continente visto che è abitata da 15 milioni di abitanti in totale (un terzo della popolazione complessiva), giocano ben 21 squadre professioniste nelle prime cinque divisioni del campionato calcistico nazionale.