
Il quartiere di San Lorenzo, fin dalla sua fondazione alla fine del XIX secolo, ha rappresentato uno dei cuori pulsanti del mondo della militanza capitolina. Qui fin dai primi tempi vennero ad abitare differenti categorie di lavoratori, dai ferrovieri agli artigiani, che dovevano edificare la “capitale del Re”.
Anche per questa ragione la zona tra la stazione Termini e porta Maggiore è stata caratterizzata da un’anima popolare che cercava di portare avanti i suoi diritti in ogni modo possibile. Poi purtroppo, col passare del tempo e della storia, anche qui è arrivata la gentrificazione capitalista che ha reso San Lorenzo uno dei numerosi luoghi famosi essenzialmente per la cosiddetta movida.
La sua militanza però, anche se molto controllata e messa a tacere appena possibile, non ha mai smesso di farsi sentire sotto numerosi punti di vista. Tra questi, dall’estate del 2013, è arrivato anche quello sportivo. In quei giorni infatti un gruppo di amici decide di dar vita a una polisportiva di sport popolare e la ribattezza Atletico San Lorenzo.

Nel profondo Sud, proprio all’altezza del tacco dello Stivale, c’è una delle primissime realtà che si è cimenta nell’avventura del calcio popolare, ma che al tempo stesso non esaurisce la propria forza propulsiva sul rettangolo verde per i canonici novanta minuti. Infatti, come abbiamo avuto modo di vedere in passato, attraverso progetti come “Calcio senza confini” con la No-Racism Cup, un rapporto viscerale col proprio territorio e una pratica concreta e continua dei principi di “autogestione”, “antirazzismo” e “collettività” che hanno ridato ossigeno e slancio a una visione della militanza politica, lo Spartak Lecce si è rivelato un modello a cui ispirarsi per avviare un percorso sportivo dal basso, capace di coinvolgere sempre più gente e di andare a fondo nelle contraddizioni del sistema calcio italiano.

Peter Irving è una leggenda. Combattente professionista di MMA (mixed martial arts), antifascista e anarchico, allenatore, ma soprattutto gran persona. Questa intervista è apparsa originariamente in lingua polacca su Alerta Zine #4.
Sei senza dubbio un combattente molto esperto. Quando hai iniziato il tuo percorso nelle arti marziali?
Non ho iniziato presto, ma a 20 o 21 anni. In realtà troppo tardi per diventare un grande combattente. Ma mi stava bene così, sapevo di poter diventare un buon lottatore, ma era scontato non diventassi un “gigante” di questo sport.
Fin da piccolo sognavo di essere un commando. Ero convinto che sarei diventato un soldato d’elite. Mi vestivo in mimetica, compravo vestiti dell’esercito, leggevo tutto ciò che potevo trovare sul mondo militare, mi accampavo nei boschi e mi addestravo alla sopravvivenza e a tutto quel genere di cose “utili” per prepararmi alla guerra. Diciamo roba estremamente infantile da ragazzini. Quando sono diventato adolescente, ho iniziato a capire che il mondo era un po’ più complesso e ho iniziato a mettere in discussione alcuni assunti; mi sono insomma reso conto che i militari non sono proprio dei “bravi ragazzi”.

Durante l'autunno del 2021 Roma ha avuto il piacere di accogliere una delegazione di membri dell'EZLN (Ejército Zapatista de Liberación Nacional). Tra i vari eventi organizzati nella Città Eterna con i compagni messicani ve ne era uno, svoltosi presso il LOA Acrobax domenica 7 novembre, interamente dedicato allo sport popolare.
Poche settimane dopo l'incontro al cinodromo di viale Marconi venni a conoscenza dell'esistenza di una palestra popolare nella stessa regione del Messico in cui l'EZLN mosse i suoi primi passi nel novembre 1983: il Chiapas. Questo Stato, che si trova nella zona sud-occidentale del grande paese sudamericano, è uno dei più poveri dell'intero Messico, e circa il 76% della popolazione locale vive sotto la soglia di povertà.
Sono molti gli ambiti in cui ci si è dati da fare per cercare di portare aiuto e supporto ai locali. Tra questi ambiti non poteva mancare quello sportivo, soprattutto in una chiave “sportiva/popolare”.