
Nell’estate di 25 anni fa Genova visse una delle pagine più drammatiche della sua storia. Da giovedì 19 a domenica 22 luglio 2001 il capoluogo ligure fu infatti teatro della cosiddetta “riunione dei grandi della Terra”: evento conosciuto con il termine di G8.
Sappiamo tutte e tutti come andò a finire. Ciò che successe nelle strade della città è sotto gli occhi di chiunque voglia informarsi. In quei vicoli e in quelle piazze si svolse il contro-vertice che vedeva riunite numerose sigle sociali, sotto lo slogan semplice ma efficace che recitava “un altro mondo è possibile”, degli ambiti più diversi: dall’ecologismo al cattolicesimo passando per il movimento per il terzo mondo ma anche tante sigle politiche e sindacali. Molti descrissero questa grande corrente multiculturale e che si auto-organizzava orizzontalmente con il termine “No Global”: parola usata per la prima volta dopo ciò che accadde a Seattle nel novembre 1999.

Ahmed Obaid è il nuovo campione italiano dei pesi mosca (51 kg). È di Ferrara. Ma è anche di Jenin. Perché l’identità è un processo in divenire, in continua costruzione. È dove siamo nati, è dove viviamo. Identità insomma è cultura nel senso antropologico, materiale, del termine. È più di un pezzo di carta. È più di un documento.
Ahmed Obaid italiano e palestinese, palestinese e italiano, ha conquistato la cintura vacante dei mosca il 6 dicembre al Palasport di Ferrara, nella sua città, davanti al suo pubblico, dopo dieci round combattuti con intensità contro Vincenzo Rossi, brianzolo di 34 anni, imbattuto fino alla sfida iridata con 6 vittore di cui 4 prima del limite. Un boxeur potente Rossi, roccioso, che ha saputo combattere fino all’ultimo con orgoglio e tenacia, sospinto da un gruppo di tifosi che non lo ha mai abbandonato, neanche nei momenti critici del combattimento.
Durante le dieci riprese il pugile estense ha controllato sempre con il jab, si è mosso tanto – mostrando per altro un’ottima tenuta atletica – è uscito con grazia dai tentativi di Rossi di chiudere la distanza, con un fuoco di sbarramento costante che ha reso difficile la realizzazione dell’unico game plan possibile per il brianzolo – più basso e potente – che non aveva altra strada se non quella di portare il combattimento sul testa a testa. Il risultato è stato tanto evidente che i giudici hanno assegnato tutte le riprese al pugile di casa con verdetto unanime.

Il pugilato come riscatto. Come rivincita. Forse la favola più bella che il ring possa raccontare. Ma anche la più semplice da “vendere”, ottima per il grande schermo, per una certa retorica sempreverde in un paese profondamente cattolico come il nostro, bramoso di lieto fine e avaro di indulgenze e autoassoluzioni. Perfetta per ripulire la coscienza.
Nel weekend scorso invece al PalaDozza a Bologna due meravigliose storie di pugilato, autentiche, vere, che sanno di riscatto ma non sono però per le anime belle. Storie di resistenza. Di fatica. Di sudore. Di sacrifici e di difficoltà.
Due capolavori sportivi ma soprattutto umani: Pamela Malvina Noutcho Sawa campione mondiale International Boxing Organization (IBO) dei leggeri e Ghaith Weslati campione italiano dei piuma.
Perché in tanti oggi si profondono in applausi, parlando il linguaggio educato dell’integrazione, del volemose bene, celebrando queste due vittorie come esempio virtuoso dei cosiddetti “nuovi italiani”, ma si dimenticano il trattamento e le ingiustizie che questi due atleti hanno subito.

Abner Lloveras compie oggi 43 anni, un’età “considerevole” per chi si cimenta negli sport da combattimento. Ha gli zigomi sporgenti e il volto segnato dalle asprezze della lotta, eppure dopo circa 200 incontri disputati in varie discipline – kick boxing, boxe, mma, bjj, muay thai – si allena ancora con dedizione, senza fare un passo indietro, divertendosi come un bambino che indossa per la prima volta i guantoni.
Lloveras è un tipo schietto, uno che non si nasconde dietro un dito: si dichiara apertamente catalano, indipendentista e antifascista. Ha in passato espresso sostegno per la CUP (Candidatura d’Unitat Popular), organizzazione ombrello anticapitalista catalana, firmando un appello-manifesto che incita alla lotta. E questo, più di qualche volta, gli ha procurato qualche problema a livello mediatico.