
Mentre il mondo del calcio assiste all’ennesima pantomima in cui il Paris Saint Germain fresco campione d’Europa subisce una multa, non per come abbia contribuito a drogare il mercato dei calciatori – a dimostrare la pressoché totale arbitrarietà e inutilità del Fair Play finanziario – ma per uno striscione della propria tifoseria che ha preso posizione in maniera chiara ed esplicita contro il genocidio che si sta perpetrando nella più totale passività della comunità internazionale, da altri sport arrivano segnali di segno opposto.
Lo scorso 24 luglio sono stati sorteggiati i gironi di qualificazione per gli Europei femminili di basket del 2027 e il gruppo A prevedeva la presenza di Lussemburgo, Bosnia Erzegovina, Israele e Irlanda. Proprio in seno a quest’ultima nazionale, che il 18 novembre dovrebbe essere ospite di quella israeliana, si è aperto un dibattito sull’opportunità o meno sull’opportunità di scendere in campo contro la selezione di uno Stato che sta portando avanti un massacro indiscriminato: la Federazione cestistica irlandese si è dichiarata allarmata per quanto sta avvenendo a Gaza e dichiara di aspettare dei chiarimenti in merito dalla FIBA; la Federazione internazionale di pallacanestro, dopo che già nel precedente match del Febbraio 2024 le giocatrici irlandesi hanno rifiutato di stringere la mano a quelle israeliane, suscitando un intenso dibattito con prese di posizione di ogni genere. Anche adesso, mentre c’è chi ripete a menadito quasi a porre un freno le sanzioni previste in caso di boicottaggio del match (80.000 di multa per il primo episodio, 100.000 per il secondo oltre che l’esclusione dalla competizione), c’è invece chi si è schierato a favore di un’eventuale presa di posizione drastica come il deputato laburista e portavoce sportivo Rob O’Donoghue che ha chiesto al governo e al Dipartimento dello Sport di sostenere l’eventuale boicottaggio e di coprire i costi della multa, dando voce a quel sentimento di empatia se non proprio fratellanza che accomuna l’Irlanda e la Palestina.

Da circa 600 giorni la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, che insieme compongono lo stato di Palestina, sono sotto attacco quotidiano da parte dell’esercito di Tel Aviv. I sionisti stanno compiendo un vero e proprio genocidio in quelle terre, contro la popolazione locale e le infrastrutture di base, per rispondere all’azione di Hamas del 7 ottobre 2023 in cui 1200 cittadini israeliani hanno perso la vita e circa 250 sono stati presi in ostaggio.
Da quella data si contano più di 50 mila morti tra la popolazione gazawi, di cui un gran numero è rappresentato da donne e bambini, ma anche la distruzione sistematica di ogni tipo di supporto per rendere la piccola lingua di terra al confine con l’Egitto praticamente invivibile per i palestinesi. Al contempo a ogni ente internazionale, che avrebbe il permesso di entrare nella Striscia per portare aiuti umanitari alla popolazione, non viene concesso il lasciapassare, lasciando persone di ogni età e genere a morire di fame fra le strade di Gaza.

A poche ore dalla proclamazione del futuro o della futura presidente degli USA, con le elezioni americane che entrano nell’ultimo miglio, sembra utile riflettere su un aspetto peculiare della campagna elettorale di Trump: quello relativo al ruolo degli sport da combattimento. Una riflessione che su queste pagine proviamo a portare avantialmeno dal 2019.

Il prossimo 7 ottobre sarà passato un anno dall’inizio della guerra a Gaza condotta dal governo di Tel Aviv. L’operazione dell’esercito sionista, che sta attuando un vero e proprio genocidio, non ha risparmiato niente e nessuno.
Oltre ai più di 40 mila morti palestinesi lasciati sul campo, i soldati israeliani stanno distruggendo anche numerose strutture fondamentali per una sopravvivenza della popolazione di Gaza e della Cisgiordania. Dalle condutture per l’approvvigionamento dell’acqua potabile fino alle autostrade, passando per gli ospedali che così non hanno la possibilità di prestare soccorso ai numerosi civili feriti, la terra di Palestina sta subendo una vera e propria distruzione a 360 gradi.

Tutto è cominciato con la cerimonia di apertura. Con la follia e le accuse di blasfemia. Poi è stato il turno dei messaggi subliminali sui costumi delle nuotatrici che si sono rivelati fotomontaggi. Ora l’esplosione della “questione gender”, che altro non è che delirio trans-omofobico di proporzioni gigantesche. Una grande confusione sotto il cielo che si dimostra perfetto terreno di coltura per la più becera propaganda.
Ad alzare i toni della polemica, a fare rumore, account social di politici e giornalisti di area conservatrice e di estrema destra, soprattutto statunitensi, che sembrano scaldare i motori in una prova generale per l’assalto trumpiano alla Casa Bianca. Poi la solita tempesta perfetta: bufale che circolano per giorni sottotraccia, fino a diffondersi, per poi gonfiarsi ed esplodere senza controllo. Un meccanismo studiato ad arte che si ripete da anni e che ben conosce chi si occupa di questione migratoria.
Un punto di vista differente sui fatti di stretta attualità sportiva e sociale.
Fatti, notizie e curiosità sullo sport popolare, sulla settimana appena trascorsa e su quella che verrà
Donne e uomini diventati per qualche motivo esempio
Il mondo dello sport popolare visto attraverso gli occhi della letteratura, della musica e della cultura popolare
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