
Billy Tully è un pugile sull’orlo del precipizio. Sta per imboccare definitivamente una via senza ritorno. Lo descrive così Leonard Gardner nel suo romanzo Città amara del 1969 recentemente ripubblicato da Fazi: «Mentre spostava a poco a poco un braccio, e raddrizzava una gamba, sentiva i muscoli pulsargli sulle ossa, con l’agonia del recluso. Era in gabbia. La vita gli sembrava prossima alla fine. Tra quattro giorni avrebbe compiuto trent’anni».
Eppure in quell’istante infinitamente lungo, in cui un pesce abbocca all’amo, il boxeur si dibatte con violenza. Non accetta di essere “issato a bordo”, spera ancora di slamare e scappare beffardo con un colpo di coda verso il profondo blu. Magari ferito, ma libero da chi vuole fargli la pelle.
Billy Tully insomma non vuole passare la linea d’ombra, quell’invisibile confine fra l’avventatezza e la maturità che Conrad ha saputo raccontare con dovizia nell’incipit di La linea d’ombra, il suo capolavoro del 1917. Il pugile vuole giocare fino all’ultimo la sua partita. Pur avendo finito le fiches. Pur avendo esaurito le carte vincenti.
Non ha paura di perdere, la sconfitta è la sua religione e la sua vita è un totem eretto al fallimento.

Il libro di Stefano Benedetti, Sognando Messi. La verità sulle scuole calcio pubblicato da Dissensi ha un grande merito: sollevare dubbi e perplessità su un modello ormai saldamente radicato, quello delle scuole calcio per bambini.
Il risultato è a tratti sconcertante e non mancano gli spunti per provare a ragionare e decostruire un modello di sport “malato” che viene inculcato fin dalla tenera età negli sportivi del domani.
E questo libro rischia di avere l’effetto di “scoperchiare un vaso di pandora”, capace di sconvolgere i genitori benpensanti del XXI secolo, ossessionati in genere dalla loro prole e dannatamente “figliocentrici”.
Il centro del discorso ruota attorno a quanto il modello dello scuole calcio per bambini sia influenzato in modo nefasto da tre grandi mali: l’assoluta inadeguatezza del personale tecnico, l’improvvisazione nei metodi di allenamento e il principio economico come unico principio guida. Insomma la bussola di queste strutture è orientata al business e il profitto è l’unico parametro di riferimento.

Di cosa si parla quando si parla di calcio, e più in generale, di sport popolare? Spiegare non è facile, eppure tutto ciò che è difficile da dire – prendiamo, per esempio, l’amore – è proprio ciò che con più forza ci è successo di “sentire”. Per questo, in un ideale mosaico delle spiegazioni sul cuore popolare dello sport, non può mancare “Er primo amore”, una bella poesia scritta da un nostro compagno e lettore, Alessio Quercioli Lanzalonga da Civitavecchia.

Più che un libro è una fotografia. Goal Economy. Come la finanza globale ha trasformato il calcio di Marco Bellinazzo (Baldini e Castoldi 2015), giornalista del Sole 24 Ore, è infatti un lungo e completo ritratto dell'assetto finanziario del calcio mondiale, dal suo funzionamento generale fino, soprattutto, alla storia recente della proprietà, dei finanziatori, degli sponsor di ogni singola società. Una sorta di almanacco economico del calcio attuale, che sicuramente paga questo approccio in termini di scorrevolezza della lettura, ma è un rischio calcolato: difficile che un simile lavoro possa avere ritmi da romanzo. La sua grande utilità è sicuramente quella di essere un resoconto (abbastanza) neutro della situazione, e quindi ha il pregio di lasciar spazio a ognuno per tirare le sue conclusioni.